
Domani 4 settembre, Giorgia Meloni e il suo governo, entrano nella storia. Con oltre mille giorni di mandato, il suo governo supera il secondo esecutivo Berlusconi e diventa il più longevo della Repubblica italiana dal 1948 a oggi. Un traguardo che, per il Presidente del Consiglio Meloni, merita di essere celebrato con il popolo, tra la gente, senza distanze. Per questo ha scelto Bari e la Puglia, terra di confine, crogiolo di cultura millenaria, parte significativa della Magna Grecia, illuminata dal sole e baciata dal mare. Qui da noi, nella parte più orientale d’Italia, tra le radici della nostra civiltà mediterranea, accogliente e solidale (siamo quelli che accolsero in un solo giorno 20mila albanesi che si materializzarono nel porto di Bari a bordo della Vlora nell’agosto del 1991), si accenderanno le luci della ribalta per sottolineare che il governo è del popolo, e il popolo lo chiama per nome, Giorgia, come si fa alla Garbatella.
Siamo sinceri, sai anche tu che la longevità non è di per sé un merito, se non accompagnata da risultati concreti per il popolo, cioè noi cittadini. Altrimenti, rischia di essere un record vuoto avulso dalla realtà, soprattutto se costellato da problemi strutturali che affliggono il Paese. Il primato della longevità che ti appresti a celebrare, dissimula la realtà, semplicemente perché ignora il contesto. L’Italia, sotto il tuo governo, ha registrato peggioramenti drammatici in ambiti fondamentali, come diritti, libertà, economia, ricerca e giovani.
L’Italia è scivolata al 56° posto, su 180 Paesi, nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters Sans Frontières, perdendo 15 posizioni in tre anni. Era 41° nel 2023, 46° nel 2024, 49° nel 2025 (ansa). È il peggior risultato dell’Europa occidentale, un primato negativo che dovrebbe far riflettere. Questo perché le tue leggi “bavaglio”, norme che limitano il diritto all’informazione, come le cause temerarie per diffamazione intentate da politici e aziende per intimidire giornalisti e testate giornalistiche (ansa). Il clima è cambiato. I giornalisti hanno paura di indagare, e chi lo fa, come è accaduto a Ranucci, viene colpito e allontanato. Il giornalismo d’inchiesta, quello che scava nelle pieghe del potere, che svela intrecci tra politici, mafiosi e collusi, portando alla luce fatti e atti che altrimenti resterebbero nascosti all’opinione pubblica, irrita chi detiene il potere. E così, chi compie un servizio pubblico di informazione subisce misure di contenimento ed epurazione, che hanno il sapore amaro della protezione per chi comanda e della punizione per chi informa. E quando accade, ci sono politici che esultano e si compiacciono, come Salvini, e chi, sfacciatamente, mostra la propria soddisfazione, come il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Ma La Russa, la più alta carica dello Stato dopo il Presidente della Repubblica, è bene ricordarlo, in caso di impedimento del presidente Mattarella, assumerebbe le funzioni di Capo dello Stato e comandante delle Forze Armate. Rappresenterebbe, cioè, colui che incarna l’unità nazionale, la figura in cui tutti gli italiani dovrebbero riconoscersi e riporre fiducia, in quanto istituzionalmente al di sopra delle parti. Per questo, non dovrebbe mai perdere di vista equilibrio e sobrietà nei giudizi di valore.
Il Paese con il governo Meloni è passato da una situazione “soddisfacente” a “problematica” per la libertà di stampa, con un aumento del 44,6% delle querele temerarie da parte di politici (marieclaire). La maxi causa da 250 milioni di dollari contro Il Fatto Quotidiano e la RAI per la vicenda Cipriani-Minetti è un esempio eclatante. Un governo che festeggia la propria longevità mentre il Paese arretra su diritti fondamentali come la libertà di stampa, mette in discussione la qualità della democrazia in quel Paese. La censura “de facto” e l’autocensura dei giornalisti sono segnali allarmanti per la libertà, la democrazia e per il futuro del Paese.
Sul fronte economico, le cose non vanno meglio. L’Italia è fanalino di coda in Europa per crescita. La Commissione Europea ha rivisto al ribasso le stime di crescita del PIL per l’Italia, portandole a +0,5% (da +0,8%), mentre la media UE è dell’+1,1% (ansa). L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) conferma: l’Italia è ultima tra i 27 Paesi UE per crescita del PIL reale nel 2026, con un incremento stimato allo 0,6% contro un +1,2% della media UE (money.it). I dati sono impietosi. Calo dei redditi reali, inflazione persistente, debito pubblico al 139,2% del PIL, il più alto dell’UE, superando addirittura la Grecia (ansa). L’Italia è l’unico grande Paese UE in stagnazione, con una crescita dimezzata rispetto alla media europea. Gli analisti sono chiari: la mancanza di riforme strutturali (fisco, burocrazia, digitalizzazione) e la dipendenza dai fondi PNRR, ormai in esaurimento, rischiano di aggravare il declino economico.
A giugno 2026, la produzione industriale italiana è calata dell’1% rispetto a maggio, il dato peggiore tra Italia, Germania, Francia e Spagna, dove la Germania ha registrato un +0,2%, la Francia è rimasta stabile e la Spagna ha perso solo lo 0,7% (quifinanza). È il terzo anno consecutivo in rosso per il settore, con una debolezza strutturale che non accenna a migliorare (quotidianoreport). L’Italia non investe nel futuro, basti pensare che destina solo l’1,39% del PIL alla ricerca e sviluppo, contro una media UE del 2,24% e un obiettivo del 3% (tesify). Nel TEHA Global Innosystem Index 2026, lo strumento di analisi per misurare e confrontare la capacità di innovazione degli ecosistemi nazionali in tutto il mondo, l’Italia è 31ª al mondo e 13ª in Europa, con debolezze in capitale umano e finanziamenti. Senza ricerca, innovazione e capitale umano, il Paese rischia di restare ai margini della competizione globale.
Il dato più allarmante, però, è l’emigrazione giovanile. Oltre 100.000 italiani all’anno trasferiscono la residenza all’estero, con più del 50% di laureati tra i 25-34 (senzasoste). Tra il 2019 e il 2026, 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con punte del -12% nel Mezzogiorno (ilsole24ore). La fuga dei cervelli è il fallimento più eclatante di una classe politica che non riesce a offrire un futuro ai suoi giovani.
E poi, Giorgia, parliamo delle tue leggi. Il fermo preventivo di polizia, introdotto con il Decreto Sicurezza 2026, che si aggiunge alla filiera delle leggi liberticide, che indusse 257 giuspubblicisti di tutte le Università italiane a lanciare un appello per la sicurezza democratica (paparella), consente alle forze dell’ordine di trattenere fino a 12 ore persone durante manifestazioni, anche senza reato, sulla base di sospetti generici come il possesso di armi, precedenti penali o l’uso di caschi (sistemapenale). Cose simili accadevano durante il ventennio fascista. Il governo Meloni ha introdotto con decreto legge, oltre alla repressione, nuovi reati penali, rafforzato gli organi di polizia e infilato norme disumane. Si è stabilito per esempio, che le donne incinte oppure con figli che hanno meno di un anno d’età, potranno essere rinchiuse in carcere con i loro cuccioli. Prima dell’entrata in vigore del decreto, la norma prevedeva il rinvio OBBLIGATORIO della pena. E’ disumano. I rischi? Abusi, profilazione politica, violazione dell’Art. 13 della Costituzione italiana, che sancisce l’inviolabilità della libertà personale (ecodelsannio). E non è tutto: il “Decreto Caivano” amplia il ricorso alla custodia cautelare e riduce le misure alternative, portando a un aumento del 44% dei minori detenuti, che a dicembre 2025 erano già 568 (centrodirittiumani). E poi ci sono le leggi bavaglio, norme che limitano la libertà di stampa e favoriscono l’autocensura (rapportodiritti).
Il tuo governo, Giorgia, sta facendo scivolare l’Italia verso una deriva repressiva: libertà personali compressa, stampa soffocata, diritto di manifestazione limitato, tutto in nome di una sicurezza che sembra sempre più un pretesto che una garanzia. Un modello che non risponde agli standard democratici europei, dove Paesi come Germania e Francia, pur attenti all’ordine pubblico, sanno conciliare sicurezza e diritti fondamentali senza sacrificare l’essenza della democrazia. E mentre ti accingi a festeggiare il record della longevità del tuo governo, le luci della ribalta nascondono un’Italia in declino e gettano un’ombra sul nostro futuro: con la libertà di stampa in crisi, l’economia in stagnazione, la produzione industriale in calo, ricerca e innovazione trascurate, giovani che scappano e leggi che limitano le libertà.
Cos’altro dobbiamo attenderci ancora dal tuo governo Giorgia, che si arrivi a rimettere in discussione il principio dell’inviolabilità personale, con le relative tutele che ne discendono per le libertà civili dei cittadini? Dobbiamo tornare a prima dell’Habeas Corpus Act?
Domani, 4 settembre, il tuo governo avrà il primato della longevità, eppure, paradossalmente, insegui una nuova legge elettorale che dia stabilità. Un obiettivo comprensibile, che rivela però, chiaramente le tue ambizioni personali.
Festeggia pure a Bari, tra le luci della ribalta e l’entusiasmo dei tuoi sostenitori. in un percorso sterilizzato, da forme di contestazione e di dissenso, ma non puoi pretendere di separare la longevità del tuo governo dalle macerie che ha generato, perché quelle macerie – l’arretramento democratico, il declino economico, la fuga dei giovani, la repressione delle libertà – sono lì, a ricordarci il fallimento di una classe politica inadeguata.