
Il Gruppo Auchan ha iniziato a tagliare 1500 posti di lavoro in Italia. A Modugno il piano prevede riduzioni di 58 unità su un totale di 192 dipendenti.
Il 9 maggio scorso mentre a Bari sfilava San Nicola, a Modugno i lavoratori Auchan protestavano con uno sciopero nazionale indetto dal sindacato unitario per dire “NO” alle condizioni imposte dal Gruppo che prevedevano arretramenti di livello (temporaneo al nord definitivo al sud), riduzione delle retribuzioni mantenendo le stesse mansioni, disdetta del contratto integrativo per rifarsi al solo contratto nazionale e congelamento della quattordicesima mensilità.
La crisi, con la conseguente riduzione dei consumi, si è spinta ed estesa alla catena alimentare, dalla produzione alla distribuzione, mandando in frantumi il modello organizzativo degli ipermercati.
Le offerte, le promozioni e i sottocosto, da sempre specchietto per le allodole sembrano non funzionare. I carrelli entrano per l’acquisto delle offerte ed escono con le sole offerte, piuttosto che colmi come una volta. Al calo delle vendite consegue la contrazione dei profitti per la proprietà, che in taluni casi diventa perdita.
E mentre la BCE (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi continua a pompare danaro nelle banche per farlo arrivare a famiglie e imprese, nel tentativo di stimolare investimenti e consumi e fermare la deflazione (senza riuscirci), l’inflazione programmata al 2% sembra ancora una chimera. Nel frattempo il governo esulta per aver raggiunto inflazione zero. Lo zero in politica, come in matematica ha valore. E mentre per i politici è motivo di orgoglio per le famiglie è un’autentica sciagura.
Pur se vero che adesso le banche, dopo aver sistemato i conti (i loro) sulla pelle delle persone, sono propense a prestare danaro alle famiglie, diventa assai difficile per queste accedere al credito perchè non sanno come restituirlo, soprattutto quando i tassi di interesse oscillano dall’8.5 al 10%, mentre il costo del danaro è zero e i tassi di interesse negativi. Il sistema bancario così com’è ha poco senso, deve cambiare e partecipare al rischio di impresa. Ma di questo non v’è traccia nel dibattito politico.
Il problema quindi non è, e non sarà solo circoscritto ad Auchan, ma investirà l’intero settore degli ipermercati, food e no-food e continuerà ad estendersi ai grandi gruppi industriali come sta accadendo per OM e Bridgestone, producendo ulteriori tagli occupazionali.
A pagare sono sempre loro, i più deboli, giovani, donne e over 50. Le stime ufficiali ci dicono che la disoccupazione giovanile è attestata al 42% ma la realtà è molto più profonda ed estesa. Il meridione è da “Piano Marshall” con una disoccupazione giovanile che supera abbondantemente il 60%. Insomma un’autentico dramma sociale che attraversa trasversalmente la società e tiene fuori dal mercato del lavoro due generazioni.
J.M.Keynes ha dimostrato che la produzione di beni e servizi non dipende dalla capacità del sistema produttivo, ma dalla domanda effettiva che di fatto limita l’offerta. Perchè se si produce e non c’è domanda il prodotto resta sullo scaffale o nei magazzini. E la domanda manca perchè nelle famiglie (consumatori) non c’è reddito. Inutile che ci ruotiamo intorno. La politica annuncia ripetutamente che siamo fuori dalla crisi e pronti ad agganciare la ripresa mentre i dati attestano che stiamo fermi ai nastri di partenza. Anzi, peggioriamo.
Qualche tiepido segnale positivo arriva dall’export che compensa la depresssione interna dei consumi dando ossigeno alla nostra bilancia dei pagamenti, anche se, recentemente contratta dopo le ripetute svalutazioni della moneta cinese.
Lo sanno molto bene persino gli studenti del primo anno di economia che se non incrementiamo il PIL (Prodotto Interno Lordo) di almeno il 3%, il mercato del lavoro resterà sostanzialmente fermo in equilibrio di sotto occupazione.
La situazione del mercato del lavoro è così drammatica, che il Fondo Monetario Internazionale, frutto degli accordi di Bretton Woods del ‘44, afferma che ci vorranno 20 anni per ritornare alle condizioni di pre-crisi mentre Romano Prodi, più ottimista, parla di 10 o 15 anni. Svimez dal suo osservatorio lancia l’allarme per il Sud a rischio “sottosviluppo permanente“.
Anche qui è il caso di richiamare l’economista britannico J.M.Keynes che ha tirato fuori il mondo dalla grande depressione del ‘29. La scuola keynesiana sa che il mercato del lavoro può rimanere in un equilibrio di sotto occupazione se non intervengono stimoli esterni a creare domanda.
Al contrario, l’europa dell’austerity si muove lungo un pangermanismo economico che impone dosi massicce di antibiotico e grandi sacrifici, obbligando i partner europei a proseguire lungo il tunnel dei sacrifici di cui non si intravede la luce, mentre Barack Obama fa notare agli amici europei che questa non è la strada giusta.
La mia opinione è che abbiamo perso la più grande occasione dopo la ricostruzione post-bellica per infrastrutturare e modernizzare il Paese. La crisi doveva essere un’opportunità, invece si sta rivelando un’autentica Waterloo.
Tornando ad Auchan.
Non sappiamo se la riduzione del personale è dovuto solo ed unicamente al calo delle vendite oppure una strategia del managment prima della cessione del ramo d’azienda ad altro gruppo, cioè, un’uscita strategica dal Sud Italia, come accaduto con Carrefour quando chiuse al S.Paolo e cedette Viale Pasteur a Coop Estense. Ma forse sono vere ambedue le cose. Senza dimenticare gli effetti ambivalenti del Jobs Act.
La riforma del mercato del lavoro con l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e l’apprendistato professionalizzante, permette maggiore flessibilità nell’aprire e nel chiudere il rapporto di lavoro e produce vantaggi economici per l’impresa. Ed è proprio questa flessibilità accompagnata dai vantaggi economici del nuovo mercato del lavoro che spinge le imprese a liberarsi dei “vecchi” lavoratori per aprire ai “giovani” e ridurre così il costo del lavoro per tornare ad essere più competitivi.
Infatti a nulla sono serviti i due anni di contratto di solidarietà per evitare i licenziamenti ed uno sciopero nazionale. A Roma i rappresentati sindacali hanno negoziato con Ministero e proprietà e firmato la mobilità incentivata degli esuberi.
Una parte, circa 20 unità, hanno accettato e sono già fuori, gli altri hanno pochissimo tempo per decidere. Un mese, forse due. L’alternativa sarà la mobilità forzata in altre zone d’Italia, molto probabilmente al nord dove la fuoriuscita incentivata è andata ben oltre le aspettative dell’azienda creando carenza di personale ed aprendo di fatto la prospettiva di un esodo dal sud verso il nord.
Siamo sinceri e diciamola tutta.
E’ vero che la crisi sta facendo chiudere imprese mandando a casa una moltitudine di lavoratori, è vero anche che le politiche europee di austerità hanno costretto i governi a cure antibiotiche massicce senza preoccuparsi di accompagnarle da un sostegno vitaminico. Ma è anche vero che la politica locale non ha saputo governare lo sviluppo ed ha lasciato che l’economia ed il mercato procedessero in modo autonomo ed indipendentemente dalla comunità, in una sorta di sviluppo differenziato.
Ed è così che ci ritroviamo una zona industriale che non ha alcun nesso con il tessuto economico-produttivo locale, governata a turno da ottuagenari “inossidabili” buoni per tutte le stagioni. Costoro, che la politica non riesce a mettere da parte, impedendo ai giovani opportunità e responsabilità di governo, hanno come unico orizzonte temporale il suono della campanella e non il cambiamento. Quello che serve. Aspettano il tintinnio che gli consentirà di godersi laute ricompense per il “servigio” reso alla comunità e godersi in santa pace le migliaia di euro mensili, mentre operai e impiegati con le loro famiglie, dopo aver tagliato tutto, non sanno più dove sbattere la testa.
E mentre le tragedie familiari continuano a consumarsi senza che ci sia una rete sociale capace di sostenerle adeguatamente, la politica locale nicchia, dimostrando ancora una volta di non aver capito la lezione.
Ed è così che ancora oggi, invece di pensare al rilancio dell’Area Industriale più importante del meridione, attraverso l’internazionalizzazione, un robusto piano di marketing territoriale e gettare le basi di sane e stabili relazioni industriali per un (ri)pensamento dell’area industriale ed artigianale che passi attraverso un ricongiungimento con il tessuto economico-produttivo dell’intera Area Metropolitana di Bari, Modugno reclama semplicemente un “posto al sole” nel Consiglio di Amministrazione dell’ASI.
Raffaele, sai quanto ti voglio bene: ma quello che hai scritto lo si legge ormai dappertutto! È ora di smetterla con le chiacchiere e di cominciare a proporre serie soluzioni.
Ciccio sai che il bene è reciproco. Le “chiacchiere” le ho dette non foss’altro per tenere alta l’attenzione su un dramma sociale che non può essere lasciato cadere nell’oblio.
Proporre soluzioni? Certo. Hai ragione. Se rileggi con calma il pezzo, alcune sono abbozzate come ad esempio la riforma del sistema bancario, il cambio di marcia della politica europea incentrata sul rigore e austerità, la modernizzazione di un sindacato arroccato su posizioni ottocentesche, al contenimento delle retribuzioni e liquidazioni di manager pubblici e più vicino a noi, ad un ripensamento delle relazioni industriali della zona industriale e artigianale. Ma possiamo aggiungere la modernizzazione e digitalizzazione della PA con recupero di efficienza e grandi risparmi, ma anche delle politica che ha mostrato debolezza e fragilità a governare il cambiamento.
Ho provato in questo come in altre riflessioni, ad abbozzare ipotesi di intervento e potremmo farlo anche circoscrivendo la questione al territorio in cui viviamo.
L’agire richiede autorità e capacità decisionale che non ho non ricoprendo alcun incarico politico per cui mi limito modestamente ad esprimere opinioni sul tema. Anzi, invito te a farlo se ha idee o soluzioni.