Riflettevo sulla nuova legge elettorale cercando di capirne le conseguenze, ammesso che ve ne siano, nel rapporto socio-politico della triade candidati, elettori e partiti.
A ben guardare, la scellerata legge elettorale approvata in Parlamento (dubito della sua legittimità costituzionale) con un blitz a pochi mesi dal voto, esercita un’azione coercitiva sull’elettore imponendogli una lista bloccata e preordinata. Abbiamo il diritto di sapere secondo quali criteri Tizio occupa nella lista la seconda posizione rispetto a Caio collocato in decima? E’ legittimo pensare che i primi nella lista possono non essere i primi della classe?
Per non parlare del paradosso di questa legge, che a differenza del voto espresso in Italia, agli italiani all’estero (che votano per la prima volta nella storia della nostra Repubblica) sarà consentito indicare (scegliere) il nome del proprio candidato sulla scheda. E potremmo continuare.
Detto questo, risulta evidente come la legge elettorale in vigore, dalla quale gli stessi fautori hanno preso le distanze, è da abolire o riscrivere quanto prima. Al di là degli effetti che avrà nella composizione del Parlamento all’indomani del 10 aprile, già oggi produce uno svuotamento ed un impoverimento del rapporto politico tra rappresentante e rappresentato.
Non è un caso che la campagna elettorale a cui assistiamo risulta assai fiacca. Le icone dei candidati, molto spesso sconosciuti e lontani, svettano con i loro grandi faccioni sorridenti appiccicati sui tabelloni elettorali quasi vuoti, ricordandoci che stiamo in campagna elettorale. Già, l’avevamo quasi dimenticato. A Modugno poi, le elezioni politiche sembrano passare inosservate per la presenza delle amministrative di maggio, che di fatto hanno monopolizzato la scena politica locale. Un vero peccato. Ritengo, a questo riguardo, che il centrosinistra abbia commesso un errore strategico. Non ha saputo organizzare e cogliere questa opportunità per strutturare un percorso unificante, lungo un continuum di azioni che lo avrebbe reso ancor più visibile e riconoscibile portandolo di fila alla vittoria il 29 maggio, posto l’affermazione di Prodi il 10 aprile. Occasione mancata? Chissà! Avremo modo di parlarne in seguito ed in modo approfondito.
Tornando alla nostra analisi, possiamo affermare, senza timore di smentita, che il candidato, con questa legge, perde l’interesse personale a spazzolarsi il territorio a caccia di voti, avendo contrattato e incassato a monte la sua posizione in classifica. Insomma, oggi viene a mancare quel coinvolgendo, quella complicità della base politica elettorale che si è sempre rapportata in modo stretto, diretto e continuo con il candidato.
Venendo meno tutto ciò, si è inevitabilmente incrinato il rapporto politico della rappresentanza, e i partiti, tranne qualche rara eccezione, invece di arginare questa frattura, hanno fatto silenzio. Anche l’associazionismo locale, molto vivo ed in fermento negli ultimi tempi, si è mostrato distratto e disinteressato, snobbando questa importante competizione elettorale.
Accade così che svuotati i partiti e le piazze, retaggio romantico, quasi folcloristico di un tempo che fu, lo studio televisivo assurge a terreno di lotta. La battaglia politica è anche battaglia mediatica fatta da annunci roboanti e offese agli avversari, per radicalizzare lo scontro ed allontanare lo sguardo da quelli che sono i veri problemi del Paese.
“Farò una campagna di attacco alla sinistra”, aveva tuonato Berlusconi a Milano all’assemblea nazionale della Giovane Italia di Stefania Craxi.nel luglio 2005. E così è stato.
La durezza dello scontro politico, l’attacco sistematico alle istituzioni (magistratura, confindustria, sindacati, giornali) rappresenta l’epilogo di un sogno a cui abbiamo creduto inutilmente. Non possiamo permetterci di passare da un sogno ad un altro sogno ed il gioco a dividere è durato anche troppo. L’Italia al contrario ha bisogno di essere ricucita per recuperare quello spirito unitario e solidaristico fondato e sancito con la costituzione del 1948. In questo Berlusconi rappresenta un ostacolo, scomodo persino ai suoi alleati moderati.
Ma c’è un’altra ragione nel voto del 9 e 10 aprile.
A giugno gli italiani saranno chiamati ad esperirsi sul referendum per confermare la riforma costituzionale (Devolution) approvata in parlamento dal centrodestra, che incoraggia la deriva leghista di Bossi.
Una riforma che spacca il Paese, altera gli equilibri costituzionali, spezza il vincolo di solidarietà nazionale alla base di ogni convivenza civile e democratica.
Sono queste le ragioni, che pur con sofferenza, mi inducono a votare.