
“Comico” e “populista”. Sono questi gli aggettivi più ricorrenti che il PD di Bersani, ma in generale tutto il mondo politico italiano (l’establishment), ha usato per defnire il fenomeno del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo. Adesso è l’ora delle conversioni. Tutti folgorati, come San Paolo, sulla via di Damasco.
La piattaforma programmatica grillina (abolizione dei rimborsi elettorali, riduzione parlamentari, etc. etc.) è diventato il nuovo linguaggio di PD, SEL e Socialisti dello 0,01%, in Italia. Puglia compresa.
Fuor di metafora. Può anche essere che nel movimento di Grillo ci siano vene di populismo, ma non possiamo non vedere che il Movimento 5 stelle coglie la voglia di cambiamento presente nel Paese e pone le basi di una riflessione molto seria sulla possibilità di estendere spazi di democrazia diretta attraverso la rete, sulle possibilità di sviluppo economico puntando sulla green economy. Sul terrreno dei diritti civili sociali proponendo il reddito di cittadinanza, sulla legalità affrontando la questione morale e i costi esorbitanti della politica, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione di privilegi e vitalizi della classe politica. Temi da anni agitati dall’opinione pubblica che, nonostante la diffusione della rete, coglie impreparate le segreterie dei partiti, incapaci di avviare un serio e deciso processo di rigenerazione e ricambio della classe dirigenziale e delle strutture organizzative interne in tutto il Paese. Modugno compresa.
Mi auguro che il tentativo interno al PD di avviare una forma di dialogo col PDL per la formazione del Governo sia immediatamente e definitivamente spento dal centrosinistra. Una strada che se intrapresa, negherebbe la domanda di cambiamento e spingerebbe il PD e SEL su posizioni decisamente conservative.
Ma cosa rappresenta davvero il Movimento 5 stelle?
Per comprendere il fenomeno del Movimento 5 Stelle, perchè di fenomeno dobbiamo parlare quando un partito ottiene oltre il 25% dei voti dell’elettorato al suo esordio, dobbiamo seguire le tracce, analizzare la genesi e l’evoluzione dei movimenti sociali globali e delle libere forme associative che in tutti questi anni, dalle prime manifestazioni di Seattle del 1999 al G8 di Genova 2001, per arrivare al popolo viola, agli arancioni, agli Indignados al movimento NO TAV, si andavano man mano strutturando, attraversando trasversalmente tutti i settori delle vita politica, economica e sociale del Paese.
Tutto ciò ha fatto emergere e messo in evidenza la contrapposizione culturale, ancor prima che politica, di due modi diversi di intendere e concepire la politica e l’economia. I movimenti globali, superando l’anacronismo ideologico, ponevano trasversalmente questioni di giustizia sociale, diritti, partecipazione, democrazia, sviluppo sostenibile, lotta alla povertà e alle diseguaglianze sociali, mentre i partiti, incapaci di comprendere il nuovo, “resistevano” al cambiamento e si “arroccavano” su posizioni decisamente tradizionaliste.
I partiti moderni, storicamente nati nella metà dell’800 in stretta correlazione con il sistema politico di democrazia rappresentativa per organizzare interessi, proporre idee, interpretare istanze sociali, selezionare la classe politica provvedendo altresì al loro ricambio, hanno fallito. E, nonostante la loro importanza e affermazione nella società siano tali che che il nostro ordinamento giuridico riconosce e conferisce loro valenza costituzionale (art.49 cost.), i partiti devono essere ripensati, pena la loro dissoluzione nelle forme e nei modi sinora pensati.
Questa incapacità a cambiare dall’interno e a resistere alle pressioni dell’esterno che spingono verso la modernizzazione e lo svecchiamento delle strutture organizzative per renderle più dinamiche e flessibili e adeguate ad una società in movimento, ha portato negli ultimi anni al declino dei partiti tradizionali che si è espresso soprattutto con l’indifferenza dei cittadini, che hanno guardato la politica con sempre maggiore distacco. I privilegi prima, gli scandali e le ruberie poi, hanno fatto il resto.
La dis(affezione) della gente ai partiti tradizionali che si è espressa da tempo attraverso l’astensionismo crescente alle varie tornate elettorali, il calo vertiginoso dei loro iscritti, la diffusione dell’associazionismo, la nascita di movimenti politici e sociali più o meno organizzati e trasversali, avvalora questa tendenza. Erano i segni di una crisi che i partiti attraversavano, in una fase in cui non riuscivano a cogliere o a dare risposte adeguate alle nuove istanze sociali che la società richiedeva. Non si è compreso che bisognava accettare ed imparare a dialogare con i nuovi soggetti socio-politici, portatori di nuove idee, nuovi modi di essere, che potevano essere introdotti e sperimentati nell’agorà della politica .
Da tempo tutte le analisi sociologiche, nei rapporti CENSIS, alla domanda da chi si sentissero rappresentati, la percentuale degli italiani che rispondeva a gran voce: “Da nessuno” aumentava sempre di più.
Era evidente che c’era un vuoto, una distanza tra rappresentanti e rappresentati che andava colmata per evitare un corto circuito sociale. Abbiamo rischiato e forse per la crisi economica che nel frattempo si è insinuata in queste dinamiche, rischiamo ancora seri problemi di coesione sociale che potrebbero portare addirittura a forme di rottura del “contratto sociale” mentre la povertà cresce, e per finire nella zona grigia della società basta semplicemente perdere il lavoro, separarsi o ammalarsi.
La paura del nuovo che avanzava impetuoso ha spinto la classe politica a chiudersi in sè, formulando un linguaggio fatto di offese tese a denigrare l’avversario più che cercare di dare nuove risposte a nuovi problemi. Ciò dimostra l’assenza di argomenti e l’incapacità a comprendere un modo nuovo di fare politica e partecipazione alla vita democratica, liquidando i fermenti sociali e definendoli “antipolitica”.
In realtà parlare del Movimento 5 stelle come dell’antipolitica equivale ancora una volta a persistere nell’autoinfingimento e perpetrare un auto inganno che tende ad allontanare da sè la responsabilità di un fallimento e nel contempo l’incapacità a saper intercettare le questioni poste alla base della protesta, lo scontento e la delusione della gente e a capire nuove forme di sensibilità e cultura politica ormai diffuse nella società.
Come si può definire antipolitico un movimento che fa dell’impegno politico la sua ragion d’essere, che argina l’astensionismo al voto, che si afferma in tutta la penisola dimostrando di essere un movimento nazionale e interclassista, che si pone il problema della questione morale e dei fenomeni di corruzione, di illeciti e ruberie (Penati, Fiorito, gli scandali della Lombardia, del Lazio e del Molise), che evidenzia un sistema consolidato di malaffare, degrado diffuso e scadimento morale, fatto di connivenze e commistioni in tutti i settori delle vita politica economica e sociale del paese.
In realtà ha ragione Marco Travaglio quando afferma che: “Grillo salva la politica dall’antipolitica”. Ci vuole poco a capirlo. Chi non intende farlo è proprio la vecchia politica che parla di Grillo come un “campanello d’allarme” per la società, che lo definisce comico, populista, qualunquista, che non si confronta, che non risponde alle domande, etc. etc.. Insomma, la retorica propagandistica dei partiti per auto assolversi e spostare sugli altri i propri errori e la propria incapacità a cogliere il nuovo. Un nuovo che si esprime con richieste pressanti di contenimento dei costi della politica attraverso la riduzione dei parlamentari, con l’abolizioine dei vitalizi o la riduzioni degli stipendi e chiede di puntare dritto sulla green economy, sulla diffusione della banda larga e wi-fi, open data, ma sopratutto pone la questione dei diritti civili sociali introducendo il reddito di cittadinanza.
Possiamo liquidare tutto questo semplicisticamente definendolo populismo?
Bersani quando ha sorriso e banalizzato sulla proposta di introdurre il reddito di cittadinanza dicendo “vuole dare mille euro a tutti”, riferendosi a Grillo, ha mostrato il volto peggiore del conservatorismo e segnato una distanza siderale dai cittadini su un tema che resta appannaggio dell’intellettualità liberal-democratica e delle moderne social-democrazie europee, quando invece doveva essere il cavallo di battaglia di una sinistra moderna, europea e riformatrice.
“Compagni”, con l’abbandono, o peggio ancora, con la banalizzazione del tema del reddito di cittadinanza, che disegna il pavimento socio-politico di una futura Europa di cittadini avete abdicato alla vostra stessa natura di democratici(?). Non vi rendete conto che il tema del reddito di cittadinanza rappresenterà una parte importante dell’agenda politica che accompagnerà i prosssimi anni? Avete persino dimenticato che lo stesso Prodi nel 1999 lo introdusse (reddito minimo di inserimento) ancorandolo ad aspetti meramente economici (sbagliando, a mio avviso), piuttosto che ai diritti civili sociali, tutelati costituzionalmente per garantirne l’inattaccabilità, quale invece deve essere.
“Compagni” non avete capito che le nuove questioni che una società complessa ed articolata pone alla politica non possono più essere disattese o comprese filtrandole attraverso le arcaiche categorie del politico.
Se parliamo di diritti civili per esempio, è di destra o di sinistra la questione della procreazione assistita? E’ di destra o di sinistra parlare di testamento biologico? E’ di destra o di sinistra estendere diritti civili a nostri concittadini sinora relegati ad essere considerati di serie B approvando le unioni civili?
E’ di destra o di sinistra desiderare un ambiente vivibile puntando su una crescita ecologica e sostenibile? E’ di destra o di sinistra preservare l’ambiente inteso anche come diritto futuro da tutelare per le prossime generazioni? E ancora. E’ di destra pensare alla crescita mentre è di sinistra puntare sui diritti? E gli OGM sono di sinistra mentre il biologico è di destra?
Sono solo degli esempi che tendono a far capire che non possiamo continuare a guardare le cose attraverso le ideologie. Il secolo delle ideologie accanto ai totalitarismi del XIX secolo è stato fortunatamente archiviato. Non possiamo continuare a spiegare i nuovi fenomeni sociali con lo sguardo rivolto al passato. Abbiamo bisogno di altro, di un nuovo corso, di un New deal che rimetta l’Uomo con le sue speranze e desideri di felicità al centro dell’azione politica. Bisogna muoversi lungo i binari che guardano al cittadino come la “stella polare” e al suo territorio come la “croce del sud”.
All’indomani del voto in Sicilia (leggi “Modugno e la lezione siciliana”), è apparso subito chiaro che il sentimento siciliano verso una classe politica corrotta ed incapace, involuta verso un autentica oligarchia, che trova la sua ragion d’essere nella propria conservazione era lo stesso che attraversava l’intero Paese.
Con il voto politico delle elezioni del 24 e 25 febbraio 2013 questo è accaduto e non serviva la laurea alla Harvard University per capirlo.
La mancata riforma elettorale da tutti voluta a parole, ma osteggiata nei fatti, anche dallo stesso Partito Democratico che avrebbe potuto approvarla nei due anni di governo 2006-2008 ha fratturato e messo in discussione il rapporto fiduciario tra rappresentanti e rappresentati. La riserva alle segreterie dei partiti del “diritto di nomina”, di “deroga” ad un corpus di regole che si è dato, accompagnato da forme di nepotismo che ne impediscono un ricambio generazionale sono gli esempi più eclatanti che avvalorano l’incapacità dei partiti a rigenerarsi dall’interno e segna nel contempo una netta distanza dalla comunità che pensa di rappresentare.
E’ in questo vuoto che possiamo trovare le ragioni del successo del Movimento a 5 stelle di Beppe Grillo. E sono le stesse ragioni che ci impongono di cambiare. Adesso!
Ma penso anche che l’approvazione di una nuova legge elettorale, di una legge anticorruzione, la stessa riforma delle province per il contenimento della spesa pubblica, la questione morale, giusto per fare solo alcuni esempi, siano elementi insufficienti per avviare “il cambiamento”, se privo di un ammodernamento costituzionale, istituzionale, ordinamentale e sociale che lo accompagni e, sapratutto di un (ri)cambio generazionale che non sia solo anagrafico ma che consideri anche un’età politica.
E lo possiamo fare solo attraverso un (ri)pensamento delle istituzioni, funzionali ad una società impoverita per l’esclusione di un’intera generazione di giovani e di una parte importante di essa, le donne, a cui è stata negata la possibilità di assumere responsabilità di Governo o di amministrazione di comunità, e consentire così uno sviluppo sociale ed economico sano e felice del Paese.
E mentre vecchi ottuagenari o vetusti politici sbavano tra scandali, doppi e tripli incarichi incassando lauti vitalizi, liquidazioni e pensioni da sogno per una legislatura o un incarico, intere famiglie di operai, impiegati e piccoli imprenditori si indebitano fino allo spasimo per resistere. Come sul Piave.
Viviamo in una società dove la differenza di genere è vista ancora come una conquista sociale da attuare a forza di legge che riconosce quando e dove vuole “quote di parità” a individui naturalmente e civilmente uguali.
Come può una società cambiare se non consentiamo un ricambio generazionale nei luoghi del potere, della politica, delle istituzioni, dell’economia che sono ancora ricoperti e appannaggio di anziani e veterani che non hanno più interesse e tensione ideale al cambiamento?
L’orizzonte temporale di un giovane è naturalmente più lontano di quello di un anziano che aspetta solo il “suono della campanella”, e la sua mente biologicamente pronta al (ri)nnovamento. Una differenza non solo anagrafica e quindi generazionale ma che investe anche la modalità di concepire la politica e amministrare la cosa pubblica.
J.S.Mill, politologo ed economista inglese dell’800, in una delle sue opere fondamentali “The Subjection of Women“ (Sulla soggezione delle donne) sosteneva che l’assenza delle donne nella direzione e responsabilità della vita politica della società inglese impediva uno sviluppo economico e sociale completo. Ne fece una battaglia politica, ancor prima che civile ed economica, presentandosi alle elezioni sostenendo che l’arretratezza economica e sociale del suo paese era dovuta all’esclusione delle donne dalla vita economica e sociale e per questo proponeva il diritto di voto alle donne.
Da noi tale diritto (voto alle donne) venne molto dopo. Ed oggi, a distanza di 200 anni, stiamo ancora discutendo di parità di genere, di quote rosa, di candidature donne al 50%, e della loro presenza nel mondo dell’economia, della finanza del lavoro, della cultura e nei consigli di amministrazione.
Ecco l’opportunità per la politica di cambiare.
Ecco la necessità di una classe politica moderna, che interpreti e capisca che solo il cambiamento può tirarci fuori dalle paludi della discussione per incanalarla verso una “Riforma” sociale, politica ed economica del Paese, smantellando strutture di potere e rendite di posizioni. Solo così riusciremo a liberare energie, chance e opportunità e restituire quella libertà che consente a tutti, giovani, donne e talenti soffocati dalle oligarchie di una classe politica corrotta ed incapace, di esprimersi liberamente.
Dare un Governo al Paese.
Che Bersani abbia vinto le primarie del centrosinistra è vero, ma questo non gli attribuisce ipso jure il diritto della guida del Paese.
Sarebbe stato vero se avesse vinto le elezioni e lui invece le ha perse.
A qualcuno forse sfugge che alla Camera il Pd di Bersani ha ottenuto il 25.4% mentre il Movimento 5 stelle di Grillo il 25.5%.
Ciò significa che il diritto di Bersani a formare il Governo non nasce da una legittimità data dal corpo elettorale, bensì da una legge elettorale definita da tutti “porcellum”.
Nel merito.
Come possiamo affidare le sorti del Paese ad un uomo che sta dimostrando di non avere un’idea del cambiamento o meglio che la sua idea di cambiamento la mutua dalla domanda pressante che è emersa all’indomani del voto e che oggi si limita a barattare con la concessione di qualche punto programmatico ai grillini in cambio di una fiducia ad un programma che non c’è e per giunta limitato nel tempo (facciamo sei o sette cose tra cui la legge elettorale e poi torniamo a votare).
Ha ragione Renzi quando afferma che Grillo ed il Movimento 5 stelle non va inseguito ma affrontato in Parlamento. Ma per farlo devi avere una piattaforma programmatica che si misuri ed ottenga la fiducia in Parlamento.
E che senso ha minacciare il “tutti a casa” in caso di mancata fiducia al suo Governo (Bersani) se non la presunzione di essere il primo l’unico e il solo ad avere il diritto di formazione del Governo e non pensare invece ad un gesto di umiltà e mettersi da parte per favorire la nascita di un Governo?
Il Governo si fa se il Parlamento dice si.
E allora perchè non immaginare che il Presidente della Repubblica Napolitano individui un leader capace di dialogare con l’intero centrosinistra, ivi compreso il Pd, e concordare con esso una piattaforma programmatica per dare agli italiani un Governo che interpreti ed attui il cambiamento?
