Ero restio a rendere pubblico questi miei pensieri, ma, adesso che le acque si sono calmate e la contrapposizione referendaria sopita, possiamo provare a ragionare, senza temere di passare per quelli che non volevano dare futuro ad un’Italia ammaccata da scandali e ruberie. Un Paese che non cresce , con un’economia ferma allo zero virgola, che mal redistribuisce la sua ricchezza, impoverita da una classe politica famelica, mentre fasce d’età sempre più giovane vengono estromesse dal lavoro.
Un’Italia con un debito pubblico mangia-pil irrefrenabile, in deflazione come non accadeva dal 1959. A due velocità dopo 150 anni di interventi straordinari, dove i dati macro economici distribuiti per territorio ci consegnano un Sud povero che arranca, con cinquantenni che non riescono più a reinserirsi nel mondo del lavoro e venti o trent’enni che il lavoro non l’hanno mai avuto. Un Sud che risparmia al banco alimentare e non si cura, alle prese con liste d’attesa scandalose che alimentano un mercato sanitario privato parallelo. Ci vuole coraggio per intervenire e uno il coraggio se non ce l’ha non se lo può dare, pensava don Abbondio nei Promessi sposi del Manzoni.
E non sarebbe bastato un “Si” come non basterà un “No” alla riforma costituzionale bocciata dagli italiani lo scorso 4 dicembre a risollevare le sorti di un’economia in declino.
Il divario negativo del PIL pro-capite del Mezzogiorno è inferiore del 44,5% rispetto a quello del Centro-Nord, così come, il divario negativo dei Consumi tra Mezzogiorno e Centro-Nord è del 32,1% e quasi 1 su 2, cioè la metà della popolazione del Mezzogiorno è a rischio povertà o esclusione sociale.
In Puglia la percentuale è del 47,8%, tra le più alte. Lo rileva l’Istat calcolando che nel 2015 la percentuale di esposizione nell’Italia meridionale è pari al 46,4%, in rialzo sul 2014 (45,6%) e notevolmente maggiore rispetto alla media nazionale (28,7%). Al Centro, infatti, la soglia si ferma al 24% e al Nord al 17,4%. “I livelli sono superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno, con valori più elevati, spiega l’Istat, in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%).
I dati indicati sono certificati dall’Istat, mentre ci raccontano (i politici) che le cose vanno bene ma “possiamo fare di più”.
La verità è che siamo ancora da Piano Marshal con la differenza che allora l’intervento si rese necessario per ricostruire il Paese distrutto dalla guerra, adesso per chiudere i buchi di bilancio dopo scandali e ruberie.
C’è crisi, è vero, il mondo è instabile e le economie in affanno, ma altri paesi europei reggono meglio e ciò avvalora l’idea che la politica non è indifferente al divenire economico delle persone. Al contrario. Essa è artefice e determina il loro destino.
Eppure i governi si susseguono (Monti, Letta, Renzi e adesso Gentiloni), senza che la “sovranità popolare”, che appartiene al popolo, come recita l’art. 1 cost., si sia contestualmente espressa.
Facciamo chiarezza.
Invero, taluni sostengono che la volontà popolare si sia già espressa eleggendo il Parlamento e questi, in una democrazia rappresentativa quale la nostra, con la “fiducia”, legittimano il governo che nasce in virtù di tale atto.
In tal senso il Prof. Guido Saraceni, docente di Diritto costituzionale ha ragione nell’affermare che il Governo Gentiloni è un governo legittimo. Come lo era Monti, Letta e Renzi. Ma dice mezza verità.
Affermare che un governo è legittimo non significa necessariamente dire che è legittimato a governare. Ciò accade solo quando l’elemento costitutivo sul piano giuridico-normativo, nella fattispecie costituzionale, si salda con quello prescrittivo politico-sociale.
Solo così la “legittimità” che è anche forza del governo in potenza, diventa “legittimità a governare”, cioè forza in atto, senza la quale un governo sarebbe mera enunciazione.
Come per la proprietà, dove il diritto di godimento di un bene non implica necessariamente la sua disposizione, in assenza di tale diritto, così il Governo incaricato dal Presidente della Repubblica, pur in presenza di fiducia del Parlamento non può agire politicamente, pur se legittimato a farlo, senza un consenso dato attraverso la manifestazione chiara ed esplicita della “volontà generale”.
“La sovranità appartiene al popolo …”, recita la Carta costituzionale (Art. 1 cost.it.). Solo con il voto si stabilisce il patto, l’obbligo politico tra rappresentanti e rappresentati, in virtù del quale il sovrano (il popolo) cede parte della propria sovranità verso l’Assemblea (Parlamento). E solo in virtù di quel mandato (fiducia) che la maggioranza dell’Assemblea fa nascere un Governo legittimato a governare, per realizzare quel programma politico, che è causa dell’obbligo a compiere.
Nei governi Monti, Letta, Renzi e adesso Gentiloni manca l’elemento politico. Nessun voto è stato espresso, così come, manca la causa, dal momento che nessun programma politico è stato reso noto sul quale il sovrano ha dato il suo assenso. Per cui tali governi operano al di fuori del patto tra rappresentanti e rappresentati. Non hanno vincolo nè responsabilità politica, ma anche, legittimità a governare.
C’è da aggiungere che tale meccanismo apre di fatto al trasformismo di gruppi politici o singoli parlamentari che, senza vincolo di mandato e privi di ogni forma di etica, in cambio di favori o regalie, concedono il loro sostegno a governi privi di legittimazione popolare, pur di mantenere in piedi il proprio “particulare”, per usare un’espressione del Guicciardini.
L’ultimo, in ordine cronologico, è accaduto con il gruppo parlamentare ALA – Scelta Civica per la Costituente Liberale e Popolare”, nato dalla trasformazione e fusione di Scelta Civica con altri gruppuscoli, che appoggiò il governo Renzi quando questi gli riconobbe una presenza nel governo, per poi passare all’opposizione con Gentiloni che non gli riconobbe alcuna presenza nel suo Governo.
Ma il Parlamento che ha fatto nascere il governo Monti, Letta, Renzi e Gentiloni è qualcosa di totalmente diverso nella sua composizione, rispetto a quella originaria scaturita dal voto del 2013, così come è diverso nei programmi. Condizione questa, già sufficiente per emanciparsi dal patto tra rappresentanti e rappresentati, facendo venir meno la ragion d’essere del Governo e, in linea di principio, dei Governi, che trovano la propria giustificazione, come potere esecutivo autonomo, nel voto politico del sovrano.
Ma a ben osservare un voto c’è stato. Si è votato lo scorso 4 dicembre sul referendum confermativo della riforma costituzionale voluta da Renzi-Boschi-Verdini-Alfano.
Dico questo, perchè se il voto non fosse stato politicizzato, oltre che personalizzato dal Presidente del Consiglio Renzi e dall’autrice della stessa riforma costituzionale Elena Boschi, la sua valenza sarebbe rimasta circoscritta al solo oggetto referendario. Così non è stato, assumendo di conseguenza una connotazione eminentemente politica, su cui i cittadini si sono espressi. E la dimostrazione di tale ragionamento sta nelle dimissioni del premier, come conseguenza naturale dell’esito referendario a valenza politica.
Per questo è necessario (ri)fondare il patto politico tra rappresentanti e rappresentati. E ciò può accadere solo con il voto!