
“Volge al termine un anno segnato da una crisi così grave da imporre l’assoluta centralità del problema della sopravvivenza.”
Questo si legge nelle considerazioni generali del 46° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese presentato lo scorso 7 dicembre 2012, che interpreta i più significativi fenomeni socio-economici nella difficile crisi che stiamo attraversando.
Da tempo si percepisce nell’aria un senso diffuso di smarrimento e di paura di non farcela, che non ha risparmiato nessuno. Alimentato costantemente dalla drammatizzazione dei media, dalle inquietudini popolari, dallo spread che si impenna e dal timore di finire come la Grecia. Il rischio default, come un fantasma, aleggia sull’Europa e getta scompiglio nella politica. Si teme per il futuro, che viene percepito come una minaccia più che una speranza.
Siamo diventati tutti più poveri! Perchè?
La povertà si diffonde e morde anche le economie occidentali ricche ed opulente e i paradigmi delle teorie economiche sembrano restare mute e incapaci di fornire spiragli di soluzione.
Per capire meglio il fenomeno, RAI Storia, in esclusiva italiana e in contemporanea televisiva con altri 70 network in tutto il mondo, ha iniziato dal 25 novembre scorso la trasmissione di una serie di 8 documentari realizzati per il progetto WHY POVERTY?.
L’approccio cross mediale a livello mondiale di WHY POVERTY?, coinvolgerà piattaforme mobili, internet e social media, puntando ad un ascolto di oltre 500 milioni di spettatori.
I documentari e cortometraggi di WHY POVERTY? sono stati commissionati a registi vincitori di prestigiosi riconoscimenti cinematografici, per sensibilizzare il pubblico sul tema della povertà, sulle varie forme in cui essa si manifesta, sulle sue cause e soprattutto su possibili soluzioni.
La visione dei documentari spinge lo spettatore alla riflessione. Lo cala nella realtà quotidiana e lo stimola ad interrogarsi. A chiedersi se esiste una relazione tra diritti civili negati e povertà. Se c’è un rapporto diretto tra democrazia e povertà. Non si può restare indifferenti guardando le immagini, ascoltando storie e testimonianze che arrivano da tutte le parti del globo, senza chiedersi da cosa essa viene generata e se le disuguaglianze sociali sono la causa principale che genera ed alimenta le nuove forme di povertà. Ma sopratutto come la politica può ridurre, contenere se non debellare la povertà.
La riduzione della povertà per l’Unione Europea è diventata una priorità. Non è un caso se il tema della povertà è entrato in modo dirompente nell’agenda politica dell’Unione Europea nell’ambito delle attività di coordinamento comunitario delle politiche economiche e occupazionali, nell’attuale fase di prolungata crisi economica e finanziaria. Ed è per questa ragione che nasce la Strategia EU2020, con l’obiettivo ambizioso di far uscire dalla condizione di povertà o esclusione sociale almeno 20 milioni di persone entro il 2020.
Gli indicatori scelti per individuare la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale sono: il rischio di povertà relativo(1), affiancato dalla grave deprivazione materiale(2) e l’indicatore di esclusione dal mercato del lavoro(3).
Da una ricerca sociale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in tema di povertà ed esclusione sociale del 2012, è emerso che nel 2010 risulta socialmente escluso il 23% della popolazione comunitaria, in Italia il 24,5%, mentre il rischio povertà (in Italia) è pari al 28% (Fonte Istat). A livello di Unione Europea il rischio di povertà da solo individua circa il 70% del complesso delle persone coinvolte da una delle tre dimensioni di esclusione considerate (Rapporto Censis).
In Italia, come negli altri paesi dell’Unione economicamente più sviluppati, è il rischio di povertà la dimensione di esclusione più rilevante (l’incidenza è più che doppia rispetto a quella degli altri due indicatori e da sola spiega circa tre quarti dell’unione dei tre indicatori).
Nell’ambito dell’Europa a Quindici, la grave deprivazione materiale è particolarmente accentuata nel nostro paese (così come negli altri paesi mediterranei: rispetto ad una media EU15 del 5,3%, il dato italiano è quasi di un terzo superiore (6,9%). Con riferimento alla bassa intensità di lavoro, invece, il dato italiano è in linea con la media comunitaria (7,5%) e leggermente inferiore alla media EU15 (8,1%). Tenuto conto però del fatto che il nostro è il paese a più bassa occupazione femminile dell’intera Unione (fatta eccezione per Malta e, dal 2011, la Grecia).
Il reddito che manca, perchè manca il lavoro (legame da spezzare!) e la ricchezza che si concentra sempre più nelle mani di pochi aumenta il divario socio-economico tra le persone. Chi è già ai piani alti della scala sociale viene spinto ancor più su; mentre coloro che sono a terra non riescono a metter un piede in ascensore e rischiano di essere buttati fuori dal contratto sociale. E’ a rischio la coesione sociale: perchè devo rispettare le regole di una società che mi tiene fuori?
Basti pensare che in Italia i 10 individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza che è all’incirca equivalente a quella dei 3 milioni di italiani più poveri e che il 10% delle famiglie più ricche possiede oltre il 40% dell’intero ammontare di ricchezza netta (Fonte Banca d’Italia).
La disparità economica non resta isolata. Essa declina e amplifica altre forme di disuguaglianze come l’istruzione e la sanità che a loro volta generano nuova povertà e ingiustizia sociale.
E’ come il gioco del monopoli. Chi ha dotazioni di base maggiori (i ricchi), gioca a due dadi, compra case e alberghi a reddito alto come “Parco della Vittoria” ed è molto probabile, anzi, quasi certo, che diventi ancor più ricco. E vuole diventarlo. E si convince che è giusto che sia così. Chi invece è povero, gioca ad un dado, passa poche volte dal via, incassa meno, compra terreni a bassa rendita (Vicolo Corto o Vicolo Stretto), poche case e rischia il default se inciampa in “Parco della Vittoria” o “Viale dei Giardini”.
Le dotazioni di base quelle che Ralf Dahrendorf, ha definito “Entitlemens set” vanno ridisegnate.
Ogni individuo, per il solo fatto di essere cittadino e di appartenere ad una comunità deve avere un set di diritti all’interno dei quali, altre ai diritti politici e giuridci, devono essere annoverati i diritti civili sociali (istruzione, sanità, pensione, etc.) e tra questi, un reddito minimo garantito. E trattandosi di diritti fondamentali su cui si poggia il contratto sociale devono essere inattaccabili e quindi tutetali costituzionalmente.
Esso deve rappresentare il pavimento di uno stato civile al di sotto del quale nessun individuo deve poter cadere.
La questione dei diritti è strettamente correlata alla povertà. Il nobel per l’economia Amartya Sen ha abbondantemente dimostrato con i suoi studi sulle carestie in India e Bangladesh che molto spesso esse non sono dovute ad una scarsa disponibilità di beni ma ad una assenza di diritto di accesso ai beni.
Ecco quindi la necessità della politica. Soprattutto della buona politica. Una politica che sia inclusiva, che faccia giochi a somma zero, che non intenda la crescita economica come la possibilità di prendersi una fetta di torta più grande, semmai, che faccia sedere a tavola chi a tavola non ci è mai stato. Una politica che redistribuisca meglio la ricchezza, che faccia contribuire economicamente gli individui in modo progressivo alle sorti del Paese. Una politica che allarghi spazi di libertà e chance di vita per la maggior parte degli individui, ed in linea di principio, per tutti gli individui.
Indicatori di rischio povetà ed esclusione sociale.
(1) Rischio di povertà: sono a rischio di povertà le persone che vivono in famiglie il cui reddito equivalente netto è inferiore al 60% di quello mediano nazionale;
(2) Grave deprivazione materiale: è in questa condizione chi vive in una famiglia che presenta almeno 4 dei seguenti sintomi di deprivazione: mancanza di telefono, tv a colori, lavatrice, automobile, impedimenti nel consumare un pasto a base di carne o pesce ogni due giorni, svolgere una vacanza di almeno una settimana fuori casa nell’anno di riferimento, pagare regolarmente rate di mutui o affitto, mantenere l’appartamento riscaldato, fronteggiare spese inaspettate
(3) Bassa intensità di lavoro: l’intensità è calcolata considerando in ogni famiglia gli individui in età da lavoro e computando il numero di mesi (nell’anno precedente a quello della rilevazione) in cui hanno lavorato sul totale dei mesi dell’anno; l’intensità si considera molto bassa quando è inferiore al 20%.