Il prossimo appuntamento alle urne non è una semplice formalità tecnica. È un bivio storico. Per capire cosa stia accadendo, dobbiamo ripartire da un gesto silenzioso ma simbolico: la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al CSM lo scorso 18 febbraio.

In undici anni di mandato, non era mai accaduto che il Capo dello Stato partecipasse a una seduta ordinaria. Molti vi hanno letto una risposta alle durissime esternazioni del Ministro Nordio che aveva definito “paramafioso” il modo in cui si muove il CSM (la sua capo di gabinetto Giusi Bartolazzi è stata ancor più violenta, paragonando la magistratura a “plotoni di esecuzione”). Parole dolorose per il Capo dello Stato, la cui famiglia ha pagato un prezzo altissimo nella lotta alla mafia (suo fratello Piersanti fu ucciso per il suo impegno contro la criminalità organizzata).

Ci dicono che la posta in gioco sia la “separazione delle carriere” dei magistrati. Un tema sbandierato come “modernità”, ma che nella realtà non incide affatto sulla quotidianità dei cittadini. Il vero obiettivo è un altro e cioè, affermare il primato dell’Esecutivo (il Governo) sul potere Giudiziario. Il disegno è chiaro: marginalizzare il Parlamento già oggi svuotato dal ricorso sistematico ai Decreti Legge e indebolire la Magistratura per creare un governo “forte”, svincolato da ogni contrappeso che ne limiti l’azione. Lo svela lo stesso ministro della giustizia Nordio quando chiede “Chi controlla la magistratura?”, ignora (o finge di ignorare) l’Articolo 101 della costituzione italiana: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. È la legge il controllo, non il Governo o il politico di turno.

E mentre il Governo si concentra su come controllare i giudici, i veri problemi della giustizia restano al palo. Chiunque abbia affrontato un contenzioso civile, un fallimento o una richiesta di risarcimento conosce il dramma delle lungaggini processuali. Questa riforma non sposta di un millimetro l’efficienza dei tribunali. Lo stesso ministro Nordio e la senatrice Bongiorno dicono che la riforma non incide sui tempi e sull’efficienza della giustizia. È quindi una battaglia di potere tra palazzi che ignora i bisogni reali delle persone che aspettano giustizia per anni.

Ma allora, perchè siamo chiamati a votare una riforma costituzionale già approvata in Parlamento?

Intervenire sulla Carta Costituzionale — specialmente quando una riforma modifica ben sette articoli — non è un mero esercizio legislativo, ma una ridiscussione del patto fondativo e degli equilibri tra i poteri dello Stato. Un’operazione di tale portata esige estrema prudenza e profonda ponderazione. Trattandosi delle ‘regole del gioco’ comuni a tutti i cittadini, la ricerca della maggioranza più ampia possibile, non è solo una prassi, ma un imperativo democratico per garantire la tenuta delle istituzioni.

Tutto ciò non è accaduto. La riforma Meloni-Nordio è stata approvata in Parlamento senza la maggioranza dei due terzi. È un testo “blindato”, unico caso in ottant’anni di repubblica in cui un testo di modifica costituzionale viene approvato in Parlamento senza cambiare una virgola, sordo ai contributi delle minoranze, di giuristi e costituzionalisti. Il referendum confermativo è dunque, la clausola di salvaguardia prevista dai nostri Padri Costituenti (Art. 138 Cost.it.), l’ultimo meccanismo di difesa contro un “colpo di mano” istituzionale.

La Costituzione italiana non è un testo qualsiasi. È il risultato di un patto democratico nato dalla Resistenza, una sintesi condivisa da tutte le forze che lottarono contro il nazi-fascismo. A differenza della Grundgesetz, la Legge fondamentale tedesca (imposta dai vincitori nel dopoguerra), la nostra Carta costituzionale è un’opera corale del popolo italiano. Modificarla a colpi di maggioranza risicata significa tradire quel patto originale per inseguire modelli tendenziosamente autocratici e illiberali, che consentono una volta al potere di smantellare progressivamente, come sta accadendo, i pesi e contrappesi democratici per avere le “mani libere”, come l’Ungheria di Orban o gli Stati Uniti di Trump. Il sistema dei checks and balances (pesi e contrappesi) su cui poggia l’impalcatura della nostra Carta, impedisce a qualsiasi Governo di trasformarsi in un’autorità assoluta. Senza una magistratura indipendente e un Parlamento centrale, la democrazia diventa fragile e si espone a facili avventure. 

Il 22 e 23 marzo la parola torna ai cittadini grazie alla Costituzione. Possiamo fermarli con un “NO” e proteggere l’equilibrio dei poteri, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma anche la dignità delle istituzioni.

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