www.paparella.it

La prima volta che arrivi a Saint-Lazare col metrò, provi una sensazione di smarrimento. A Chatelet è peggio. Per uscire dal reticolo delle gallerie della metropolitana devi districarti tra fiumane di persone che si incrociano senza toccarsi, salire e scendere scale e non perdere mai di vista le sorties che indicano l’uscita, solitamente più di una per ogni fermata. Prendere un’uscita piuttosto che un’altra non è la stessa cosa. Lo scenario urbano che si presenta alla vista cambia radicalmente la prospettiva e ti pare di essere da un’altra parte della città. Eppoi, ricorda prima di salire su un metrò, che non basta sapere la fermata dove scendere, devi anche  conoscere la direzione da seguire. Se sbagli, te ne accorgi solo quando sei salito e vedi che il metrò invece di procedere verso la meta, se ne allontana. Se dovesse accadere, vuol dire che hai preso la linea giusta ma la direzione sbagliata. Niente panico. La cosa da fare è scendere alla fermata successiva e riprendere la stessa linea nella direzione opposta e tutto si aggiusta. 

Quel giorno arrivai a Saint-Lazare con la RER C di prima mattina. Il profumo di caffè e di croassant che proveniva dai grandi saloni di accesso alla stazione si diffondeva nelle gallerie sotterranee. I musicisti, gli artisti di strada, homeless, rifugiati e mendicanti, che di solito affollano l’underground, non si vedevano ancora. I negozi striavano il buio della metropolitana con le loro vetrine illuminate, mentre la sicurezza prendeva posizione agli ingressi degli store. E’ il bonjour che la gare, ogni giorno, regala a turisti e parigini.

Uscito da Saint-Lazare i palazzi di Hausmann si mostrano esuberanti. Ti guardano dall’alto, austeri, decisi a ricordarti la grandezza di Napoleone. A sinistra Printemps e poco più in là Lafayette. 

Già, le Galeries Lafayette. Ci arrivi dentro  persino col metrò senza vedere il cielo. La prima volta che ci metti piede ti gira la testa e non sai dove andare. Settantamila metri quadri non è da scherzare. La cosa da fare è lasciarsi andare e seguire profumi, sensazioni ed emozioni. A piano terra la miriade di corner occupati da prestigiose maison de parfum ti accolgono e ti invitano a proseguire. Lafayette è una favola, un libro aperto e sempre diverso, dove vivere un’esperienza vibrante di shopping parigino. E’ come per un bimbo entrare al parco giochi.

A dicembre un grande albero di natale posto al centro dell’immensa hall si arrampica lungo i sette piani, fino a raggiungere la grande terrazza panoramica con vista su Parigi. Non perderla. Di fronte l’Opera, allungando la mano, sembra di toccarla.

L’albero, ogni anno diverso, come il tema delle vetrine in movimento che scatenano la fantasia dei bimbetti. Le Galeries Lafayette sono una fermata obbligata. Una meta per jeune e madame. Un sogno che s’avvera, da raccontare.

Svolto a destra costeggiando la stazione lungo Rue de Rome, la strada delle liuterie fino ad incrociare il Boulevard des Batignolles. Ancora a destra verso Place de Clichy e da lì fino a Pigalle. Il Moulin rouge mi dice che sono arrivato ai piedi di Montmartre. Raggiungo Place Abbesses e proseguo lungo la sua via fino a rue Lepic. 

La giornata è soleggiata e il fresco del mattino rende sopportabile la camminata.

Arrivo al Cimetière du Nord, conosciuto come cimitero di Montmartre. Lo vedi dall’alto al di  sotto del livello stradale, nell’area delle antiche cave. Le stesse dove, durante la Rivoluzione francese vennero gettati i corpi delle vittime del furore giacobino. E, sempre in queste cave, si concluse la vita delle guardie svizzere intervenute in difesa della famiglia reale, massacrate alle Tuileries. In quelle cave vi giunsero anche le spoglie di parigini che non potevano più essere sepolte nei cimiteri dentro le mura della città.

Dalla strada scendo una scalinata e quasi nascosto tra i palazzi,  raggiungo l’ingresso.

Nel cimitero di Montmartre è sepolto Émile Zola, Edgar Degas ma anche Dalida, al secolo, Iolanda Cristina Gigliotti, il motivo della mia visita. 

Per chi volesse cogliere aspetti particolari della città di Parigi visitare un cimitero è curioso e interessante. Certo Père lachaise dall’altra parte della città verso Bastille è tutto un’altra storia. Assomiglia più ad un grande parco con viali alberati, anche se, appena entrati, si coglie subito il discreto via vai di chi rende omaggio ai propri cari.

Entro, e mentre percorrevo i vialetti stretti che si insinuano tra le sepolture, guardando distrattamente da una parte e dall’altra, incuriosito e voglioso di conoscere, avverto di essere osservato. Mi fermo, guardo intorno e non vedo nessuno. Torno sui miei passi e ripercorro lo stesso tratto. Ancora. Sento che qualcuno mi osserva, ma non vedo nessuno. Avvio la telecamera e riprovo a ripercorrere lentamente quel tratto puntando l’obiettivo a destra e a sinistra, cercando di cogliere qualsiasi stranezza. Sulla destra noto il busto in marmo di un personaggio posto davanti alla sepoltura e, mentre cammino lungo il vialetto, noto che il suo sguardo segue il mio percorso.

Mi avvicino. E’ la tomba di Guy Pitchal morto nel 1989. La scultura lo ritrae con il volto scolpito in negativo (tale circostanza produce un’illusione ottica quando l’osservatore è in movimento), mentre tiene in mano una pipa e abbozza un sorriso sornione, quasi divertito della sorpresa prodotta nel passante che ignaro non si aspetta di essere osservato. O forse chissà, sorride, solo per esorcizzare la morte.

Proseguo, a pochi metri da Pitchal, a sinistra incontro Dalida.

La sua tomba è adornata di fiori freschi. Una statua ad altezza naturale la ritrae  mentre attraversa una rappresentazione del Grande Arche de la Fraternité, quello che si trova alla Défense, lungo l’asse storico culturale parigino. Alle sue spalle un sole nascente  

Scoprii, in seguito ad alcuni approfondimenti, che Pitchal era lo psicoanalista di Dalida. Egli l’avrebbe scelto come medico dopo averlo sentito parlare in una trasmissione televisiva ed averne condiviso alcune affermazioni “la psicoanalisi è l’archeologia dell’anima” e la convincevano i suoi ragionamenti circa il rapporto esistente tra anima e religione.

Dalida andò a trovarlo in un periodo particolarmente tragico della sua vita. Jacqueline, moglie di Pitchal, racconta che dopo alcune consultazioni, Dalida trovò nei Pitchal “una famiglia sostitutiva”. Un legame fraterno legava la cantante e attrice italo-francese al suo medico. Ma questo, non le bastò a tenere lontano i demoni.

Due anni dopo la morte di Dalida,, Pitchal la raggiunse e chissà, forse continuano ancora oggi a dialogare in un’altra dimensione.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
error: Contenuto protetto!

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi