L’orazione funebre di Vito Faenza a Francesco Paolo Curci

Mesto uffizio compiamo oggi, o signori, ma non può dirsi finito, se pria non diamo l’addio alla memoria del carissimo amico nostro e socio, la cui salma sta per scendere nella fossa già scoperchiata”.

Con queste parole inizia l’orazione funebre che il l’8 febbraio 1895 l’avv.Vito Faenza tenne nel cimitero di Modugno per testimoniare in prima persona la grandezza del suo amico medico, Francesco Paolo Curci, nato a Modugno il 24 maggio 1839.
L’orazione funebre ancora tutt’oggi praticata, rappresenta un momento e un modo, per testimoniare ai vivi la grandezza e le doti di uomini illustri che si sono distinti in vita, nel campo politico, sociale, scientifico, religioso, letterario, professionale o semplicemente familiare.
Francesco Paolo Curci, figlio del dott. Giuseppe (ottuagenario alla data dell’orazione funebre) e di Emilia Sessa, nonché socio della Società di “Mutuo Soccorso Umberto I” di Modugno (associazione ormai scomparsa a Modugno), all’età di 55 anni, colpito da un morbo ribelle ad ogni medicina, si spense serenamente, lasciando prematuramente i suoi affetti.
Nell’orazione funebre dedicata al suo amico, che il Faenza tenne nel cimitero modugnese, traccia, il suo profilo definendolo un uomo premuroso e amorevole verso il prossimo. Cita con dovizia di particolari, uno spaccato di vita familiare, citando momenti e circostanze.
Nella sua vita, dice il Faenza, riferendosi al defunto, non ebbe un letto nuziale, ma aveva famiglia. Pensiamo al suo vecchio padre dott. Giuseppe, a suor Maria, gli amati fratelli Carlo ed Alessandro.
Non era sposato ma aveva dei figli. I suoi cari nipoti li sentiva tali e per loro si era sempre prodigato affrontando e superando ostacoli, seguendoli nei loro passi e circondandoli continuamente di affetto. Purtroppo non tutti presenziarono i suoi funerali. Suo nipote Giuseppe, di Alessandro “correndo dalla lontana Lombardia, – si legge nell’orazione – dov’era per il servizio militare, non trovò che la spoglia esamine dello zio”, così come, l’altro nipote Giuseppe, di Carlo, a Roma per ragioni di studio, non fu avvisato in tempo e l’aggravarsi della malattia fu così rapida da impedire anche a costui di essere presente ai funerali.
Ma furono per loro, le sue ultime parole e il suo ultimo bacio, che affidò alle labbra di suo fratello Carlo.

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