All’inizio del XIX secolo si avvia il più grande movimento di popoli mai visti nella storia dell’Umanità, delimitando il periodo classico della migrazione transoceanica. A quel tempo, gli europei migravano all’interno del continente e oltremare, le mete principali preferite erano Stati Uniti, Argentina e Brasile. Tra il 1815 e il 1914, i ricercatori stimano che dai 44 ai 52 milioni di europei abbiano lasciato i loro paesi d’origine cercando l’avventura nel Nuovo Mondo(5).
Molti di questi studi si sono basati su dati compilati da Imre Ferenczi e pubblicati da Walter Willcox nel 1929 e costituiscono il primo di due volumi di questo lavoro pionieristico. Disgregando questi numeri, Gianfausto Rosoli osserva che più di 50 milioni di europei hanno lasciato il continente tra l’inizio del XIX secolo e la prima guerra mondiale(6). La maggior parte di questi è andata in Nord America e circa 11 milioni in America Latina. Di questi, il 38 per cento era italiano, il 28 per cento spagnolo, l’11 per cento portoghese e il 3 per cento francese e tedesco.
E’ importante osservare, al di là dei numeri, che questo flusso di persone che ha solcato l’oceano ha permesso lo sviluppo di un tipo di attività inedita, con lauti profitti, attraverso il trasporto via mare di passeggeri di terza classe, e le sue declinazioni, in termini di organizzazione del flusso migratorio da entrambe le parti dell’Atlantico.
In Italia, tra il 1861 e il 1985 sono emigrate più di 29 milioni di persone. Di queste, circa 22 milioni erano uomini, 7 milioni donne. Una diaspora, un fenomeno sociale che ha inciso profondamente sulle sorti demografiche, politiche ed economiche del nostro paese, i cui segni sono tutt’oggi visibili. Per meglio comprendere il fenomeno, dobbiamo necessariamente partire dal 17 marzo del 1861, quando cioè, venne proclamato il Regno d’Italia, con Re Vittorio Emanuele II, anche se, la fase risorgimentale non potè considerarsi ancora conclusa, fino a che Venezia e Roma rimanevano separate dal resto della nazione.
Solo con la III Guerra d’Indipendenza del 1866 l’unità nazionale si sustanzia, quando cioè l’Austria cede il Veneto, mentre la questione romana (annessione dello stato pontificio) si conclude con la breccia di Porta Pia da parte del Cadorna nel 1870, e Roma capitale nel luglio del 1871.
Non ostante l’unità politica avveniva con secoli di ritardo rispetto al resto d’Europa, per coloro che si accingevano a governarla restava il difficile compito di uniformare la legislazione, il sistema amministrativo, la burocrazia, le monete, gli eserciti e tutto quanto necessario per rendere omogeneo e funzionale un paese che appariva arretrato e povero, oltre che lacerato e dissanguato dalle guerre d’indipendenza, con tratti culturali, sociali ed economici diversi per storia e tradizione, in zone diffuse d’Italia.
Le modalità di come perseguirli si radicalizzarono attorno a due pensieri. Quello dei moderati, eredi di Cavour, con Gioberti e Balbo, guardavano ad un modello amministrativo decentrato dello stato (self-government), come quello inglese, che tenesse conto delle diversità storiche delle varie regioni. Mentre i democratici e rivoluzionari ammiravano il modello francese, decisamente accentratore ed autoritario, che costituiva un solido controllo centralistico del governo sulle periferie dello stato.
Il conflitto ideologico che ne seguì, tra moderati e democratici si risolse con l’affermazione della destra, vicina alla tradizione liberale del Cavour, preoccupati per l’autorità dello Stato e la difesa dell’Unità d’Italia da forme reazionarie, soprattutto dopo la morte del Cavour. Così l’Italia venne divisa in provincie, analoghe ai dipartimenti francesi governate da un prefetto di nomina regia, mentre nelle amministrazioni comunali si ebbero i sindaci di nomina regia e i consigli comunali elettivi. Tuttavia la stragrande maggioranza degli italiani era rappresentata da contadini analfabeti, poverissimi, rimasti estranei ai moti rivoluzionari liberali dell’800. Talvolta addirittura avversi, come accadeva in alcune zone dell’Italia meridionale.
L’esclusione delle masse popolari dalla vita pubblica e dai processi politici li rese indifferenti e talvolta ostili verso lo stato liberale. Prova nè è l’insorgenza del brigantaggio nell’Italia meridionale, come espressione di dissidenza politica verso il neo stato. Questo accadeva perchè il nuovo corso non produsse cambiamenti immediati, anzi, aumentarono le tasse, necessarie per finanziare strade, ferrovie, porti e pareggiare bilanci dissestati da anni di guerra, aggravando così la condizione di povertà e miseria di larghi strati sociali(7). Insomma il processo risorgimentale e la costituzione della nuova compagine nazionale si caratterizzavano come semplice “rivoluzione politica” nè preceduta nè accompagnata da una “rivoluzione sociale”(8).
Il clima sociale, caratterizzato da forte compressione economica per contenere la spesa pubblica, se da un lato portò al pareggio di bilancio, dall’altro aggravò le condizioni economiche e sociali del paese, soprattutto delle masse contadine.
Col passare degli anni appariva sempre più intollerabile l’eccessiva durezza dei sistemi di governo della destra, anche per la tendenza al restringimento del potere nelle mani di un nugolo di persone, al punto tale da essere apostrofato dagli avversari politici come “la consorteria”.
Il duplice ordine di fattori, quello politico da un lato e quello economico-sociale dall’altro dovuta alla crisi economica che imperversò nel Regno d’Italia nel periodo 1873-80 e ancora nel 1888, il crollo dei prezzi dei cereali, per l’arrivo della massiccia produzione americana, superati gli anni difficili della guerra civile, ma anche per la riduzione dei noli di trasporto e la concomitante rottura dei rapporti commerciali con la Francia, dopo l’introduzione delle tariffe doganali, mettono a dura prova la precaria economia nazionale. A ciò si aggiunga la politica protezionistica decisa dal governo, che colpì duramente gli agricoltori, spingendo migliaia di persone a cercare mezzi per sopravvivere fuori dal Regno. Tutto ciò, come vedremo, accelerò i processi migratori, già presenti nelle nostre contrade, ma non nei numeri e nelle frequenze che si determinarono a partire dal 1860, spingendo migliaia di persone a cercare mezzi per sopravvivere fuori dal Regno d’Italia(1), in Europa, ma soprattutto nelle Americhe.
“A Ruvo un contadino gridava vicino a me: viva la fame!
(On.Matteo Renato Imbriani Poerio, tornata parlamentare del 10 maggio 1889, sulla crisi economica e sociale in Puglia).
Io gli chiesi: come? viva la farne? Conviene cercare i rimedi alla fame.
Sì, rispose egli, viva la farne, perchè la fame ci permette di affermarci e di raggiungere certi ideali!
Questo grido schietto di popolo, o signori, è sublime. E chi non sa comprenderlo nè valutarlo non ha mai vissuto fra il popolo.”
In realtà il fenomeno migratorio verso le Americhe si era già avviato intorno al 1850, da quando cioè venne fondata a Genova la Compagnia Transatlantica per la navigazione a vapore con le Americhe, che commissionò ai cantieri navali di C.J. Mare & Co., Blackwall di Londra, i piroscafi gemelli Genova e Torino, varati rispettivamente il 12 aprile 1856 e il successivo 21 maggio.
Il primo viaggio del “Genova”, piroscafo ad elica di 2000 tonnellate e della forza di 300 cavalli, avvenne il 20 ottobre del 1856 partendo a mezzodì da Genova per il Brasile (2).
Tra l’unificazione d’Italia e la metà del 1870, le partenze dei migranti dal porto di Genova divennero rilevanti. Basti pensare che dal 1861 al 1874, partirono circa 197 mila persone per le Americhe, intorno ai 5000 individui l’anno fino al 1865.
L’esodo superò la media di 20 mila partenze annuali dal 1867.(3)
Il Governo Minghetti, incapace di affrontare simili problemi, messo in minoranza alla Camera, nel 1876 dovette dimettersi, aprendo la strada ad un governo decisamente progressista capeggiato da Agostino Depretis.
Il programma con cui la “sinistra” saliva al potere era decisamente riformista. Esso prevedeva: la riforma elettorale e l’allargamento del diritto di voto; l’istruzione elementare laica, gratuita ed obbligatoria, il decentramento amministrativo e la riforma fiscale, ivi compresa la soppressione dell’odiosa “tassa sul macinato” introdotta nel 1868.
Si apriva per la giovane Italia ma anche per la Puglia un decennio decisamente positivo, anche se, le condizioni nazionali post unitarie si presentavano comunque arretrate rispetto agli stati industrializzati dell’Europa occidentale, anche perchè l’Italia arrivava con secoli di ritardo alla sua unificazione rispetto agli altri paesi europei. Basti pensare che la rete ferroviaria nel 1861 consisteva in appena 2100 chilometri di binari, progettati in modo da avere uno scartamento differente tra una regione e l’altra per ragioni squisitamente militari. La mortalità infantile era alta, scarsa e precaria l’igiene e ciò era causa di ricorrenti epidemie di colera. Diffusa anche la malaria e la pellagra. L’analfabetismo raggiungeva una percentuale nazionale del 75 per cento, con punte del 90 per cento in alcune zone del paese. Inoltre si ponevano seri problemi di difesa dei confini e la necessità di un rafforzamento dell’esercito, della marina, e dei porti lungo l’Adriatico, primo tra tutti quello di Ancona, per via della presenza minacciosa dell’Austria-Ungheria.
E comunque, pur in presenza di uno Stato che iniziava a riprendere nelle mani il destino della sua gente, i flussi migratori diventavano sempre più consistenti.
In uno studio dell’emigrazione dei contadini all’estero, Bertagnolli ha osservato che l’esodo verso l’America, iniziò in Liguria, senza però trasformarsi in partenze di massa. Nel decennio 1860-1870 si propagò in Piemonte e tra la fine del 1870 e il 1880, cioè nel successivo decennio, soprattutto negli anni 1872, 1873 e 1874, raggiunse le montagne della Lombardia e le pianure del Veneto, assumendo grandi proporzioni. Le province meridionali si unirono al flusso migratorio di massa, in particolare la Basilicata e le città di Salerno, Campobasso e Cosenza, solo sul finire del 1880, fornendo il più grande contingente di emigranti (4).
La mancanza di lavoro, la povertà, la fame o la perdita di un sussidio, come accaduto ai sudditi del lombardo-veneto, prima ancor che esso divenisse parte del Regno d’Italia, erano le condizioni che spingevano individui e nuclei familiari ad emigrare.
Emblematico il caso denunciato dall’On. Ricciardi, nella tornata parlamentare del 24 gennaio 1866 circa l’emigrazione veneta. Egli denuncia come la perdita del sussidio dato dal governo italiano, attraverso le Commissioni governative, agli abitanti del lombardo-veneto, spinga le persone ad emigrare. Un sussidio, egli dice, di 50 centesimi al giorno, mentre ad altri 80 centesimi, e taluni per “simpatia personale o raccomandazione”, anche 1 o 1,5 franchi al giorno. Il Ricciardi interpella il ministro dell’interno Desiderato Chiaves (in realtà , come egli stesso specifica, le sue erano brevi domande), intorno ai sussidi all’emigrazione veneta ed alcuni arruolamenti e denuncia l’arbitrio delle Commissioni governative di Torino, Milano, Napoli, Bologna, Firenze e altre città italiane, dove alcuni funzionari della questura, dopo aver esperito perizia medica, mettevano gli individui di fronte a due alternative: o arruolarsi per quattro anni nella formazione di colonie militari di pubblica sicurezza e partire per il Brasile (ma anche per Alessandria d’Egitto), con una paga giornaliera di 1, 25 franchi, o perdere il tenue sussidio che il Governo passava loro.
L’intensificarsi dell’esodo, in gran parte composta da lavoratori agricoli, acuì la divisione sociale tra gli interessi degli armatori e dei mercanti genovesi favorevoli alla liberalizzazione dell’emigrazione e quelli dei proprietari terrieri che temevano il crollo della produzione, per via dello svuotamento della campagna, ma anche per il conseguente incremento dei salari minimi. I proprietari terrieri accusavano la propaganda delle compagnie di navigazione e l’azione predatoria di agenti e subagenti, di eccitare le partenze, producendo la cosiddetta “emigrazione artificiale“, e chiedevano al governo, misure repressive per frenare il fenomeno.
La questione fu sollevata, per la prima volta, nella Camera dei Deputati nella tornata del 30 gennaio 1868, con un’interrogazione dell’On. Ercole Lualdi di Busto Arsizio che, rendendosi interprete delle preoccupazioni dei grandi proprietari lombardi per la perdita di manodopera a basso costo, e, di conseguenza, dello stimolo alla crescita dei salari minimi, chiedeva al governo di prendere severe misure contro quel fenomeno che definiva” assai grave” di moltissimi cittadini “costretti dalla fame ad emigrare”. Tale questione, come vedremo, non era dissimile da quanto accadeva anche nel meridione d’Italia.
“Osservo, – dice Lualdi nel suo intervento -, che nel circondario al quale appartiene il mio collegio, dove non era mai stata emigrazione di sorta, nel 1864 essa cominciò a svilupparsi, ed aumentò mano mano in tal modo, che nel solo 1867, ora decorso, raggiunse la desolante cifra di più di mille persone.” e che “in alcuni comuni e distretti l’emigrazione è stata tale da diminuire di metà la popolazione; ed ora so che si apprestano i modi per far espatriare altre intere famiglie“.
Lualdi accenna anche al fenomeno dell’artificiosità delle emigrazioni fatta dagli agenti delle compagnie di navigazione per lucrare sul fenomeno migratorio. Questi, riferendosi agli agenti delle compagnie di navigazione, dice:
“utilizzano ogni mezzo per far emigrare tutta questa povera gente, eccitati come sono da un guadagno; credo che, per ogni individuo cui riescano a far pervenire su di un bastimento a Genova o ad altro porto, abbiano da dieci a venti lire di premio. Noi sentiamo a dire continuamente : si svilupperà il commercio, l’industria, l’agricoltura; ma, se andiamo di questo passo, mancheranno gli uomini necessari per lavorare i terreni e per isviluppare l’industria.”
Certo è che l’intervento dell’On Lualdi pone per la prima volta, nella più alta sede istituzionale del neo parlamento italiano, una problematica destinata a caratterizzare per lunghi anni la storia sociale e politica d’Italia. Bastarono però pochi anni che già nel 1868, il fenomeno allarmò la classe dirigente del nuovo stato costringendola ad intervenire con l’emanazione di una serie di normative stringenti, tese a scoraggiare l’esodo.
I primi provvedimenti presi dal Governo del Regno d’Italia dalla Destra storica, si ispirarono ad una filosofia volutamente repressiva che limitava la possibilità di partire. Infatti nel gennaio del 1868 viene emessa una circolare del presidente del Consiglio Menabrea, con la quale si dava disposizione ai prefetti affinché fosse impedito l’espatrio a coloro che intendevano emigrare in Algeria e negli Stati Uniti, qualora non avessero dimostrato di possedere, in questi paesi, un lavoro già garantito o adeguati mezzi di sussistenza. Si tratta del primo tentativo di controllo dei flussi in età Unitaria, pur senza il ricorso ad una legge specifica.
Il 5 luglio 1871, il Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Lanza, inviò una lettera al sindaco di Genova per informarlo sulla pubblicità per incoraggiare l’emigrazione, fatta dalla società di navigazione Italo-Platense, che faceva viaggi tra l’Italia, Buenos Aires, Rio de Janeiro e Montevideo, passando per Marsiglia, Barcellona e Gibilterra, attraverso un “manifesto stampato” diretto alle province meridionali italiane, in cui si enfatizzavano salari più elevati pagati ai lavoratori agricoli.(5)
Nel gennaio del 1873 venne emanata la “Circolare Lanza” che riprende la “Circolare Menabrea” del 1868 ed inserisce l’obbligo da parte degli emigranti di presentare un impegno scritto nel quale attestavano di impegnarsi a pagare il viaggio di ritorno in Italia, nel caso di rimpatrio ad opera dei Consolati. La circolare Lanza esigeva dagli emigranti la prova che essi (…) presentassero persona solvente la quale si obbligasse per iscritto a pagare il viaggio di ritorno, nel caso dovessero essere rimpatriati a spese dei consolati. Si esigeva, in altre parole, che provassero di possedere un capitale, in assenza del quale poter emigrare. La circolare invitava i prefetti e le autorità pubbliche a scoraggiare, anche attraverso deterrenti, le partenze dall’Italia, avvertendo gli aspiranti emigranti del “pericolo di cadere nelle mani di astuti speculatori“. Un atteggiamento palesemente dissuadente verso l’emigrazione.
Altre restrizioni furono introdotte in seguito con la legge Crispi del 30 dicembre 1888 n.5866, per impedire che l’emigrazione non divenisse un modo per sfuggire alla leva obbligatoria introdotta dopo l’Unità d’Italia. In buona sostanza si trattava di una legge discrezionale di polizia. E’ proprio questa preferenza verso la discrezionalità fu la causa del ritardo nella emanazione di una legge speciale ed organica di regolazione del fenomeno, comprensiva di un organismo altrettanto speciale di tutela dell’emigrazione, il Commissariato Generale Emigrazione che arriva solo dopo ampio dibattito parlamentare, con la Legge n.23 del 31 gennaio del 1901. Con questa legge l’emigrazione divenne finalmente, una libera scelta dell’individuo.
L’emigrante, prima dell’entrata in vigore della legge n.23 del 1901, era preda di gente senza scrupoli ed aveva estrema necessità di essere tutelato. Per questo nel giugno del 1875, in assenza di ogni forma di tutela verso l’emigrante, venne fondata a Roma, da parte di un gruppo senatori, deputati e liberi cittadini del Regno d’Italia, la Società di Patronato per gli Emigranti Italiani, con lo scopo di informare e tutelare l’emigrante dal momento della partenza all’arrivo nel luogo di destinazione.
Intanto, non ostante l’assenza di una regolamentazione organica e un atteggiamento dissuadente verso l’emigrazione, la condizione di estrema di miseria, comunque spingeva masse di persone ad emigrare. Del resto, da sempre nella storia dell’Umanità le condizioni di difficoltà e crisi hanno rappresentato forti spinte al cambiamento e prodotto mutamenti sociali, a volte così profondi ed estesi da spingere ampi strati sociali ad abbandonare la terra d’origine per insediarsi in nuove terre. Un fenomeno che ha attraversato trasversalmente la società, legando i destini di una classe sociale a quella di un’altra.
Non di meno influì la richiesta di mano d’opera da parte di paesi emergenti, come il Brasile, ma più in generale, dell’America del Sud, per soddisfare la domanda crescente proveniente dall’Europa di caffè e canna da zucchero. Tutto questo, accompagnato da una legislazione decisamente favorevole verso il fenomeno migratorio, spinsero le braccia di uomini e donne, e talvolta, di intere famiglie, dall’Italia, ma anche dal Canada a partire dapprima verso il Brasile, il Plata e l’Argentina e successivamente a seguire la rotta degli Stati Uniti, spostando masse di persone da una parte all’altra del globo.
Note
- In Piero Bevilacqua; Andreina De Clementi; Emilio Franzina. Storia dell’emigrazione italiana. Partenze. v. I.Roma: Donzelli Editore, 2001. p. 48
- Giornale di Roma N. 233 del 11 ottobre 1856
- Antonio Annino. “Origine e controversie della legge 31 gennaio 1901”. op. cit. ,. p. 1231.
- C. Bertagnolli. L’emigrazione dei contadini per l’America. Firenze: Uffizio della Rassegna Nazionale,1887. p. 4
- “Mercadores de Braços Riqueza e Acumulação na Organização da Emigração Européiapara o Novo Mundo” di Paulo Cesar Gonçalves. Tesi presentata alla Post-Graduazione in Storia Economica del Dipartimento di Storia della Facoltà di Filosofia, Lettere e Scienze Umane dell’Università di San Paolo, per il titolo di Dottore di Storia. SÃO PAULO, anno 2008 )
- Gianfausto Rosoli. “Un quadro globale della diaspora italiana nelle Americhe”. Altreitalie, Turim, n.8, 1992. p. 10
- Giorgio Spini, Disegno storico,
- Raffaele Macina, La Puglia dall’Unità al fascismo, pag. 21