
Dopo i moti del 1820-21 tre Guerre d’Indipendenza, la presa di Roma con la Breccia di Porta Pia e Roma capitale nel 1870, l’Italia finalmente, con secoli di ritardo, rispetto agli stati nazionali europei si unì. Ma c’era ancora chi impediva che Trento e Trieste fossero italiane. Era l’Impero Austro-Ungarico, l’erede diretto di quel nemico che aveva umiliato l’Italia per secoli. La Grande Guerra divenne pertanto per molti, la Quarta Guerra d’Indipendenza: non solo una lotta per difendere la patria, ma per completare ciò che il Risorgimento aveva iniziato. Sul Carso, tra il ghiaccio delle Alpi e il fango delle trincee, i soldati italiani avanzarono con la convinzione che quella guerra avrebbe finalmente dato all’Italia i suoi confini naturali — le Alpi a nord, l’Adriatico a est.
La Brigata Barletta, formata dai resti dei battaglioni del 14° e 29° Fanteria, si ricostituì rapidamente in quei giorni di marzo 1915 con un simbolo che avrebbe attraversato il fuoco della guerra: lo stemma del 138° Reggimento Fanteria, un richiamo alla Disfida di Barletta del 1503, quando Ettore Fieramosca e i suoi cavalieri vinsero i francesi con onore. Ora, cinque secoli dopo, quei fanti in grigioverde sarebbero tornati a combattere per una guerra che avrebbe ridisegnato l’Italia, strappando Trento e Trieste alla morsa austriaca. Il 138° Reggimento, con i suoi fucili incrociati e il motto “BARLETTA 1503”, avrebbe marciato al fianco del gemello 137°, uniti sotto la stessa bandiera per scrivere l’ultimo atto del Risorgimento.
A luglio, la Brigata raggiunse la pianura bresciana, tra Lonato e Desenzano, dove per settimane si addestrò tra polvere e sole, in attesa di essere chiamata al fronte. Poi, alla fine dell’estate, arrivò il momento: il Carso, quella terra di roccia e fango dove la guerra non si combatteva solo contro il nemico, ma anche contro il freddo, la fame e la disperazione. A Monte Sei Busi, la Brigata prese posizione, trasformando quelle alture in un baluardo italiano. Lassù, tra il fumo dei cannoni e il rombo delle esplosioni, i soldati della Barletta impararono a conoscere la guerra non come un’epopea, ma come un inferno quotidiano. Tra quei soldati c’erano anche i giovani di Modugno, arruolati con lo zaino sulle spalle e il cuore gonfio di speranza e paura. Tra loro, Francesco De Michele, classe 1890, che morì il 2 novembre 1916 sul Carso per le ferite riportate in combattimento. E Vito Abbatantuomo, classe 1898, che il 21 agosto 1917 chiuse gli occhi a Castagnevizza, dove il terreno era disseminato di trincee e doline fortificate, un labirinto di morte che gli austriaci difendevano come se fosse l’ultimo baluardo del loro impero. Poi c’era Raffaele Camasta, classe 1879, che cadde il 24 maggio 1917 anch’egli a Castagnevizza, in quei giorni di fuoco che segnarono il massimo avanzamento italiano verso est.
Tra i primi a immolare la vita per quella bandiera c’era Angelo Paparella, sottotenente del 138° Reggimento, nato nel 1894. Era uno di quelli che, allo scoppio della guerra, si era slanciato in avanti senza esitare. Morì il 25 agosto 1915 sul Monte Sabotino, una delle alture più contese del Carso, dove il fumo dei cannoni non lasciava scampo. Il suo era stato uno dei primi nomi a essere scritto nella lista dei caduti, appena tre mesi dopo l’inizio delle ostilità, come fosse un monito per chi sarebbe venuto dopo.
Il giovane Gaetano Lacalamita, classe 1884, che morì il 6 novembre 1917 a Lestans, sul Tagliamento, per le ferite riportate in quei giorni disperati dopo Caporetto. Lassù, tra le acque gelide del fiume e le truppe in ritirata, la guerra aveva assunto i contorni di una disfatta, di un incubo da cui molti non sarebbero tornati. Mario Manuzzi, classe 1878, disperso il 24 maggio 1917 sul Carso, inghiottito dal buio delle trincee come tanti altri. Con lui c’era Nicola Ripetti, classe 1894, che invece chiuse gli occhi il 26 aprile 1917 all’ospedale di Portogruaro, per le ferite che gli straziavano il corpo. E infine Francesco Gianvecchio, classe 1884, che il 10 dicembre 1916 morì a Castagnevizza, sul Carso, per le ferite riportate in combattimento. Lassù, tra le rocce e il fango, quella zona era diventata un inferno di trincee e doline fortificate, un labirinto dove ogni passo poteva essere l’ultimo.
Erano partiti con la promessa di tornare a casa, con la speranza di rivedere le loro famiglie, le loro strade polverose, i loro ulivi. Ma il Carso non perdonava. Ogni metro guadagnato costava lacrime e vite, ogni vittoria era pagata col sangue. Eppure, tra il fango e il fumo, quei ragazzi di Modugno arruolati nel 137° e 138° della Brigata Barletta – De Michele, Abbatantuomo, Camasta, Ripetti, Gianvecchio, Lacalamita, Manuzzi e Paparella – erano diventati parte di una storia più grande di loro. Una storia che non sarebbe finita con il loro nome, ma che avrebbe continuato a vivere nei libri di storia e nei racconti di piazza di generazione in generazione, perché quella guerra, per l’Italia, non era solo un conflitto. Era la Quarta Guerra d’Indipendenza, l’ultimo atto di un sogno che aveva attraversato i secoli. E loro, con il loro coraggio e il loro sacrificio, erano stati protagonisti inconsapevoli e silenziosi.
E quando, il 4 novembre 1918, la Vittoria di Vittorio Veneto sancì la fine dell’Austria-Ungheria e l’annessione di Trento e Trieste, sembrò che finalmente il sogno fosse compiuto. Ma la storia, si sa, quando sembra sia finita riprende il suo corso. La guerra aveva lasciato ferite profonde: la miseria e il fascismo.
E così arrivò il 1943. L’Italia, stanca e divisa, si ritrovò di nuovo sotto il giogo di un potere straniero, non più austriaco, ma tedesco, alleato a un regime che aveva tradito ogni ideale di libertà. E così, tra lo sciopero delle fabbriche e le montagne popolate di partigiani, cominciò una nuova lotta. Non più per l’unità territoriale, ma per la stessa libertà. La libertà di pensare, di parlare, di vivere senza la paura del manganello o del plotone di esecuzione. Quella lotta, che sarebbe culminata nella Liberazione del 25 aprile 1945, non era solo una guerra contro i nazisti, ma una rinascita. Era il momento in cui l’Italia decideva di voltare pagina Essere una Repubblica democratica e darsi una Costituzione.
Oggi, quando si celebra il 25 Aprile nelle piazze d’Italia, non si ricorda solo la fine del nazifascismo. Si ricorda anche che quella libertà, conquistata con il sangue dei garibaldini, dei fanti del 1918 e dei partigiani, è un bene prezioso, parte di un patrimonio comune e che la sua difesa richiede, ancora oggi, coraggio e memoria.