Modugno. Sulla facciata del Palazzo del Sedile, dov’è la torre dell’orologio, una lapide marmorea resiste al tempo e alle intemperie. Incisi nella pietra, i caratteri latini di un nome: FRANCESCO MACINA. Sotto di esso, due parole dal sapore esotico, quasi un’eco di terre lontane: SAATI e RAS-ALULA. Nomi che sembrano sussurrati dal vento del deserto, portatori di storie sepolte tra le pieghe di un passato turbolento.

Chi era davvero Francesco Macina? Un eroe? Un avventuriero? Un uomo comune finito al centro di eventi che hanno segnato la storia di questa terra? E perché, accanto al suo, compaiono quei due nomi che profumano di Medio Oriente e di conflitti dimenticati?

La lapide non parla. Ma le pietre, si sa, spesso custodiscono gesta eroiche e memorie più tenaci degli archivi ed evocano battaglie dimenticate. E in Piazza Sedile, dove il tempo sembra essersi fermato, qualcosa attende solo di essere svelato.

Molti pensano che la storia dei nostri eroi inizi tra le nevi delle Alpi o nel fango dell’Isonzo. Per Modugno, il primo segnale di gesti eroici e immane sacrificio generazionale arrivò molto prima della Grande Guerra.

Antefatto

L’Italia, da poco unita e alla ricerca di un ruolo sulla scena internazionale, alla fine del XIX secolo volse lo sguardo verso l’Africa, con un misto di ambizione e incertezza. Le guerre coloniali rappresentavano per il giovane Regno, non solo un’opportunità di espansione territoriale, ma anche una prova di forza per affermare la propria identità tra le potenze europee. 

Tutto ebbe inizio nel 1882, quando il governo italiano acquistò la baia di Assab dalla Società di navigazione genovese Rubattino, la stessa che aveva provveduto al trasporto dei Mille di Garibaldi da Quarto a Marsala a bordo dei propri piroscafi “Piemonte” e “Lombardo“. Assab, la Rubattino, l’aveva acquistata, a sua volta nel 1869, anno in cui venne inaugurata l’apertura dell’istmo di Suez. Il piccolo scalo sul Mar Rosso si collegò al Mediterraneo e divenne il primo possedimento ufficiale del Regno d’Italia, segnando l’avvio della penetrazione coloniale italiana nel Corno d’Africa

Successivamente, con la conquista pacifica di Massaua nel 1885, l’Italia creò la sua prima testa di ponte per controllare l’intera fascia costiera e spingersi verso l’entroterra, fortificando postazioni come Saati e Monkullo in direzione dell’altopiano. 

Una delle prime misure formali che prese il governo italiano, fu quello di estendere la giurisdizione del Regno d’Italia sui territori d’oltremare appena acquisiti. Con il Regio Decreto del 15 gennaio 1885 (n. 2884) si stabilì l’inclusione del territorio della colonia di Assab nella circoscrizione del Tribunale Militare di Bari. Questo provvedimento fu varato per gestire la giustizia penale militare e l’amministrazione della legge per il personale e le guarnigioni presenti nel primissimo avamposto coloniale italiano. Peraltro, assegnare la colonia sotto la giurisdizione del tribunale di Bari garantiva una vicinanza geografica e logistica strategica, rispetto ai traffici marittimi in partenza dai porti pugliesi verso il Mar Rosso.

Ma fu con la sconfitta di Dogali del 26 gennaio 1887, dove una colonna di 548 soldati italiani (“I Cinquecento“), al comando del Tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, caddero sotto i colpi delle truppe abissine del generalissimo Ras Alula, un contadino che non sapeva ne leggere ne scrivere ma abilissimo e coraggioso in battaglia, che l’Italia comprese il prezzo umiliante e sanguinoso della propria ambizione coloniale.

La battaglia di Saati

Il 14 gennaio 1887, la località di Saati, a 28 km da Massaua, venne occupata da due compagnie comandate dal maggiore Giovanni Boretti supportate da 300 basci-buzuk (soldati irregolari dell’esercito ottomano). Gli Italiani si trincerano sull’altura dove costruirono un piccolo fortino. 

L’imperatore etiope, il Negus Giovanni IV, non aveva reagito all’occupazione di Massaua, ma avanzó vibranti proteste formali quando gli italiani occuparono Saati, poiché questo villaggio era situato in un’area nominalmente sotto sovranità egiziana ma lasciata da tempo al controllo etiope.  Per gli italiani invece, Saati rappresentava un avamposto militare  strategico, necessario, sia per assicurarsi una posizione vantaggiosa, sia per aiutare e proteggere le carovane in transito, impedendo che venissero assaliti dai predoni abissini. Quattro giorni dopo Ras Alula signore dell’ Hamasen scrisse al generale Carlo Gené, primo Comandante superiore delle truppe italiane in Africa, chiedendo che gli uomini stabiliti a Saati abbandonassero le loro posizioni. Il generale Genè non si fece impressionare, al contrario, iniziò a rinforzare i presidi minacciati. 

Verso la metà di gennaio 1887 Gené inviò per la prima volta due compagnie di fanteria e una sezione artiglieria, agli ordini del maggiore Giovanni Boretti a presidiare la posizione di Saati. Figura prestigiosa, aveva una solida tradizione militare. Nato a Pavia si arruolò a Torino nel 9° reggimento fanteria, combattendo a Palestro. Promosso tenente nel 44° fanteria, combatté il brigantaggio nel Sud. Su sua richiesta, partì per l’Africa alla fine di agosto 1885.

L’occupazione di Saati da parte di truppe regolari italiane inviate dal generale Genè (precedentemente era occupata solo da contingenti di basci-buzuk) venne percepita da Ras-Alula come un atto di ostilità.

Le divergenze con gli abissini si facevano sempre più radicali, spingendo le parti in conflitto a ricorrere alla forza per risolvere la controversia. Pochi giorni dopo il generale Genè, per rafforzare il presidio di Monkullo – una postazione fortificata eretta a difesa dello scalo marittimo di Massaua, che distava circa 30 km e le vie di comunicazione interne  – giunsero dall’Italia tre compagnie di fanteria. Entrate nella fortezza, i soldati si schierarono al grido di “Sempre avanti Savoia!“, ponendosi sotto il comando diretto del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis

La risposta abissina non si fece attendere. Il 24 gennaio, verso mezzogiorno, le truppe di Ras Alula lasciarono Ghinda e si accamparono a circa 5 km a sud del forte di Saati, stabilendo il loro campo. Era chiaro che si andava verso lo scontro. Infatti il mattino successivo, un numero imprecisato di abissini in armi, alcuni testimoni riferirono 7.000, assediarono l’avamposto italiano, dove si trovavano le due compagnie di fanteria al comando del Maggiore Giovanni Battista Boretti. Non appena ebbe notizia che poco distante dal forte, verso sud, si era accampato Ras-Alula, Boretti decise di guidare egli stesso una pattuglia in ricognizione verso il campo nemico, per avere un’idea approssimativa della consistenza delle forze avversarie. Sorpresi, gli italiani furono costretti a riparare nel fortino dopo un violento conflitto a fuoco. 

È questo il primo fatto d’armi tra Italia e Abissinia. 

Nel frattempo Boretti s’accorse d’un tentativo di aggiramento delle posizioni italiane e così iniziò a bombardare le truppe nemiche sottostanti. Verso mezzogiorno un’altra pattuglia al comando del tenente Federico Cuomo, scorse altre truppe abissine che, vistesi scoperte, attaccarono in grande numero il forte. Giunti a 300 metri dalle postazioni, gli italiani aprirono il fuoco.Il presidio si difese eroicamente e, dopo circa quattro ore di scontri, riuscì a respingere il nemico infliggendogli forti perdite. La battaglia causò agli italiani cinque morti tra cui due soldati, e tre ufficiali (i tenenti  Federico Cuomo Fusi Luigi, e il sottotenente Dessi Ennio, tutti del 6° reggimento fanteria), i quali per diverse ore, eroicamente, tennero testa coi loro plotoni alle forze nemiche. Ci furono quattro feriti, sconosciute le perdite degli abissini.  

Boretti si rese conto che non avrebbe potuto resistere ad un altro attacco, visto che al forte scarseggiano viveri e munizioni, pertanto, la sera stessa del 25 gennaio mandò al presidio di Monkullo un indigeno con una lettera indirizzata al generale Genè, in cui chiedeva urgentemente rinforzi, munizioni e viveri. L’informatore giunto a Monkullo, consegnò la lettera nelle mani del tenente colonnello De Cristoforis, comandante del presidio, il quale, non appena letto il messaggio informò il generale Genè, trasmettendo telegraficamente al Comando Supremo di Massaua il seguente testo:

Informatore giunto reca biglietto di Boretti delle 3 pom. annunciando che da 2 ore è attaccato e circondato da forze numerose. Domanda rinforzi. Sono pronto a partire.” – De Cristoforis.

La colonna dei Cinquecento

La mattina del 26 gennaio secondo gli ordini impartiti dal generale Genè, dal presidio di Monkullo si mise in marcia una colonna di aiuti e munizioni con 548 uomini (“I Cinquecento”), al comando del Tenente colonnello Tommaso De Cristoforis del 93° fanteria, destinati al distaccamento di Saati. De Cristoforis originario di Casale Monferrato aveva 46 anni, uomo molto stimato per il suo carattere,  intelligente, istruito, coraggioso e sprezzante del pericolo. Sul suo petto brillava la medaglia al valor militare ottenuta meritatamente a Castelfidardo.

La colonna si mosse da Monkullo alle 5 e 20 di mattina, con venti minuti di ritardo rispetto alle disposizioni di Gené, per non aver potuto trovare in tempo tutti i cammelli necessari al trasporto. La prima Compagnia la guidava il capitano Pio Bonetti del 15° fanteria (secondo battaglione fanteria Africa), Un ufficiale giovane ma già molto capace, avendo ottenuto il suo grado grazie agli studi alla Scuola Superiore di Guerra. Si era distinto per sangue freddo durante lo scontro di Arafali (Eritrea, gennaio 1886), un combattimento in campo aperto in cui il presidio italiano respinse con successo un attacco di predoni e truppe abissine. Bonetti, ricordando quell’episodio durante la marcia, scherzava con i compagni chiedendo: «Mi riconosceranno?»

La seconda Compagnia la guidava il capitano Puglioli Cesare del 20° fanteria (terzo battaglione fanteria Africa). Nato a Bologna nel 1840 interruppe gli studi nel 1859 per arruolarsi volontario nelle guerre d’indipendenza. Uomo stimato per rigore, esempio e senso del dovere. Riservato, taciturno, ma autorevole tra i soldati.

La terza Compagnia era comandata dal capitano del 41° fanteria primo battaglione fanteria Africa) De Benedictis Andrea. Nato a Napoli nel 1849, proveniva da una famiglia di militari. Studiò al Collegio militare della Nunziatella, poi alla Scuola militare di Modena, uscendo sottotenente nel 6° reggimento granatieri.

In aggiunta, vi era la quarta Compagnia formata dai drappelli del 6° e 7° fanteria appena giunti a Massaua dall’Italia a bordo del piroscafo San Gottardo. Erano guidati dal Capitano Longo Vito del 7° in quanto il capitano Stefani del 6° era stato trattenuto a Massaua a disposizione del comando.  Longo era nato a Ustica in Sicilia, nel 1849. Si arruolò volontario a 17 anni per la campagna del 1866 (Terza Guerra d’Indipendenza). Forte, studioso, modesto e leale, era molto amato da compagni e superiori per il suo carattere sincero e la dedizione ai subordinati.

Infine, una sezione mitraglieri guidata dal capitano Carlo Michelini del 17° reggimento Artiglieria di San Martino (unico ufficiale superstite nella battaglia di Dogali) che, assieme al Tenente Luigi Tirone, il capitano medico dott. Nicola Gasparri e il tenente medico dott. Angelo Ferretti, giunti a Monkullo il giorno precedente, si unirono alle tre compagnie comandate da De Cristoforis, mettendosi sotto i suoi ordini.

Michelini era nato a Torino nel 1854 da una famiglia con tradizione militare e patriottica. Nel 1885 fu inviato a Massaua come comandante dell’artiglieria del presidio. Si unì volontariamente alla colonna De Cristoforis per scortare munizioni a Sahati.

Nella colonna dei “Cinquecento“, marciava Francesco Macina, un giovane soldato di 23 anni, nato il 1864 a Palese (all’epoca marina di Modugno). Indossava la classica  tenuta coloniale con giacca e pantaloni di tela bianca, elmetto coloniale, giberne in cuoio con munizioni, una borraccia a tracolla e un fucile con baionetta, necessaria in caso di combattimenti all’arma bianca. 

La Battaglia di Dogali

Francesco fu arruolato come zappatore nel 15° Reggimento Fanteria “Savona”, unità dalle radici storiche profonde, fondata durante i moti rivoluzionari del 1830-31. Il reggimento aveva preso parte a tutte le principali campagne Risorgimentali – da Castelfidardo a Cernaia, da Ancona a Palestro, fino a Gaeta e Roma – e alle guerre coloniali, come quella di Adua. Adesso si accingeva ad affrontare anche la battaglia di Dogali e, in seguito, come è noto, i fronti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.

Il 15° Reggimento si distinse per il suo eroismo, ricoprendo un ruolo di assoluto rilievo a Dogali e nella storia militare della Terra di Bari. Non solo perché nel 15° erano arruolati pugliesi provenienti tutti dal distretto militare di Bari – con la sola eccezione di Vincenzo Coli, del distretto di Lecce – ma anche perché fu  l’unità che registrò il più alto numero di caduti. Un dato che testimonia l’ardore, il coraggio e la determinazione con cui i suoi uomini difesero ogni palmo di terreno, spingendosi fino all’estremo sacrificio, con una tenacia degna dei poemi omerici.

Al fianco di Francesco marciavano De Lillo Pasquale, caporale di Grumo Appula; Scarangella Paolo, trombettiere di Toritto; Cassano Domenico, soldato di Palo del Colle. Con lui nel 15°, arruolati come zappatori, c’era anche Barone Antonio e Chiaffarata Michele di Bitonto; Caputo Nicola, Ricciardi Giovanni e Del Re Tommaso di Sannicandro di Bari; l’appuntato Cupertino Gerardo e il soldato Losito Angelo di Gioia del Colle; il trombettiere Squicciarino Antonio e i soldati Caputo Luigi (di mestiere fornaio), Ninivaggi Giuseppe (faceva il pastore), Petrichella Alessandro e Popolizio Nicola (muratore), tutti di Altamura. Il gruppo dei “baresi” era numeroso e ben rappresentato.

Chissà cosa passava loro per la mente durante quella marcia. Forse sognavano di tornare presto a casa, forse pensavano ai loro cari, o magari avanzavano semplicemente con il cuore gonfio di dovere e orgoglio intriso di paura e voglia matta di combattere.  In quella terra lontana, Francesco e i suoi conterranei della colonna dei Cinquecento scrissero, con il loro sangue, una delle pagine più commoventi della nostra storia: una vicenda che destò grande clamore e dolore, stringendo l’opinione pubblica italiana in un abbraccio di ardente solidarietà. 

Al comando del 15° reggimento vi era il capitano Pio Bonetti, un ufficiale giovane ma già di grande valore. Il suo grado era stato conseguito grazie agli studi presso la Scuola Superiore di Guerra, e la sua reputazione era stata consolidata durante lo scontro di Arafali (Eritrea), nel gennaio del 1886. In quell’occasione, in un combattimento in campo aperto, il presidio italiano aveva respinto con successo un attacco di predoni e truppe abissine. Bonetti, ricordando quell’episodio durante le marce, era solito scherzare con i compagni chiedendo: «Mi riconosceranno?».

Nato a Murialdo (Savona) nel 1848, Bonetti era entrato nella Scuola Militare di Modena, dove era rimasto solo pochi mesi: faceva parte, infatti, di quel corso i cui allievi furono promossi sottotenenti alla vigilia della dichiarazione di guerra del 1866, il 19 giugno. Assegnato al 47° fanteria, aveva partecipato alla campagna di quell’anno sotto la divisione del generale Nino Bixio. Come molti dei suoi commilitoni, era rimasto sottotenente per diversi anni, prestando servizio a Milano, dove era amatissimo per il suo carattere gioviale, espansivo, semplice e sincero. Dopo aver frequentato con successo la Scuola Superiore di Guerra, nel 1883 era stato promosso capitano e destinato al 15° fanteria. Nel novembre 1885, su sua richiesta, era stato inviato a Massaua, nonostante dovesse lasciare in Italia una giovane e amata sposa. Distaccato a Monkullo, aveva compiuto più volte missioni di ricognizione fino a Sahati e, il 14 gennaio, aveva occupato quella posizione. Pochi giorni dopo, il maggiore Giovanni Battista Boretti ne avrebbe assunto il comando.

Il convoglio con viveri, munizioni e rinforzi procedeva allegramente lungo la strada Monkullo-Saati. Gli uomini cantavano canzoni patriottiche intervallate da gridi di guerra: “Viva l’Italia, Viva il Re” e  incitamento alla battaglia: “Sempre avanti Savoia!”. Dopo due ore di marcia venne proibito cantare e le precauzioni furono raddoppiate. Era un continuo fermarsi perché l’avanguardia perlustrava ogni località e prima di avanzare cercava di ottenere dai fiancheggiatori basci-buzuk assicurazioni che il terreno fosse libero. Il tenente Pietro Saccani del 41° marciava con l’avanguardia in continua relazione con il grosso della colonna. Essendo aiutante maggiore informò il colonnello che le alture di Dogali erano occupate e che il servizio di comunicazione dei fiancheggiatori col grosso della colonna era diventato impossibile. A questo punto il colonnello fece fermare la colonna. I soldati presero posizione ai due lati della strada pronti a tirare sui nemici. Falso allarme. Si riprende la marcia. Attraversato il torrente Serbatagge, ad appena un’ora da Saati il nemico viene intercettato. Questa volta è vero.  La colonna si ferma nuovamente ritrovandosi in un vallone angusto. De Cristoforis capì che la posizione era infelicissima, stretto sui due fianchi: da un lato si ergono ripide colline, dall’altro un profondo burrone. Ordinò subito di prendere posizione difensiva. L’artiglieria col capitano Carlo Michelini e il tenente Giovanni Tirone con un plotone di scorta a prendere posizione sopra una collina. Occupata, venne fatta avvicinare la compagnia di testa al centro e si cominciò un vivo fuoco di fila. 

All’improvviso, un ingente numero di nemici avanzò sotto un fitto fuoco di fucileria, cercando di travolgere la colonna italiana, ma i soldati non cedettero un palmo di terreno. Dopo pochi minuti, la mitragliatrice si inceppò. Nonostante la ritirata verso Monkullo fosse ancora praticabile, il colonnello De Cristoforis scelse di restare e continuare a combattere, puntando verso una collina alle spalle: era la collina di Dogali.

Intanto tra le 10.45 e le 11 antimeridiane il capitano Gennaro Tanturi, rimasto al comando di forte Monkullo, riceverà due biglietti da De Cristoforis. Il primo delle 8.30 diceva di essere arrivato presso Dogali, un villaggio che prende il nome dal torrente; poco oltre la metà strada tra Monkullo e Saati, era iniziato un conflitto a fuoco; il nemico era in forze e le mitragliatrici non funzionavano. L’altro biglietto partito dalla stessa località, un’ora dopo, alle 9.30 diceva che “senza aiuto di uomini e cannoni era impossibile muoversi e che inviasse tosto una mitragliatrice.”

Le informazioni che giungevano dal campo di battaglia non erano incoraggianti. Intanto il Comando supremo di Massaua venuto a conoscenza della richiesta di aiuto del tenente colonnello De Cristoforis, considerando che Monkullo era presidiato solo da due compagnie, prescriveva che ne partisse una con la mitragliatrice, in soccorso della colonna dei Cinquecento. Fu così che da Monkullo si mosse la compagnia del 54° reggimento fanteria guidata dal capitano Gennaro Tanturi di Scanno, il quale si metteva in marcia alle ore 11, per prestare aiuto a De Cristoforis.

Le informazioni che giungevano dal campo di battaglia e gli stessi informatori inviati sul luogo, confermarono la catastrofe. La conferma si mostrò in tutta la sua crudeltà agli occhi del capitano Tanturi quando giunse sul luogo, ma anche dai feriti superstiti scampati all’eccidio che man mano, riuscivano a raggiungere il presidio di Monkullo.

Un sopravvissuto racconta gli ultimi, drammatici istanti.

«Formate i quadrati!» grida il comandante. Tutti obbedirono e accolsero l’attacco della cavalleria nemica con una scarica micidiale, costringendola alla fuga. Ma un urlo selvaggio squarcia l’aria: Ras Alula lancia nuovamente l’assalto finale per sterminare i sopravvissuti. La lotta è terribile. Le munizioni sono esaurite.  Rimangono in dodici, tra cui il colonnello De Cristoforis, pallido, sfinito per la perdita di sangue, di fronte a un cumulo di corpi.

Senza bisogno di ordini, i soldati si schierano davanti a lui. Il comandante sorride, li guarda e, con voce fioca, comanda: «Presentat’arm!». Il movimento fu eseguito. Gli ultimi feriti, poveri contadini, muratori, fornai, della Terra di Bari, assieme ai fratelli degli Abruzzi o della Sicilia, presentarono le armi ai loro morti, offrendosi inermi al sacrificio. Ed ora fratelli, la morte ci attende: «Alla baionetta!» e cadde.

«Savoia!» – risposero poche voci, soffocate dalle urla del nemico.

Seguì una feroce lotta corpo a corpo: prima con le baionette innestate sui fucili, poi con le sole baionette, infine con i calci del fucile, sassi e mani nude, nel tentativo di respingere gli abissini.

Dopo tre ore di battaglia, l’artiglieria tace. Intorno, solo cadaveri: la colonna italiana è annientata. I morti e i feriti, secondo i costumi abissini vengono spogliati e mutilati. Solo 90 feriti, scambiati per morti, riusciranno a salvarsi. 

continua …

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