Novella … epilettica di Franco Casavola, scritta nel giugno del 1927, il momento in cui il Casavola si allontana dal movimento futurista avvicinandosi al gusto post-verista, mostrando qualità sempre più liriche e raffinate.

Quella sera ero andato a sentire l’orchestra di pifferi dei frati ceco-slovacchi. Alle dieci, completamente abbrutito dalla noia, mi sorpresi a stabilire il paragone e la scelta tra la morte per stricnina e quella per annegamento.

Non riuscivo a decidere. Quando un tale che mi sedeva accanto, sorridendo con garbo e strizzando un occhio, mi consigliò:

Colpo di rivoltella.

E così, prima che il concerto terminasse, uscii all’aperto.

La casa dei frati ceco-slovacchi sorgeva al margine estremo della città, quasi in campagna, in fondo ad una strada aperta di recente che, deserta del tutto, a quell’ ora, era appena rischiarata da due file rade di tetri fanali a gas, La luce del quinto fanale a sinistra, battendo in pieno sulla targa, mi apprese che ero in via Penitenza.

In quel punto mi fermai per accendere una sigaretta.

Quando ripresi il cammino, a pochi passi da me, piantato saldamente a gambe larghe nel centro della strada, quasi a sbarrarmi il passo, c’era qualcuno, chi sa di dove sbucato.

Di nuovo, mi fermai, perplesso. L’individuo che avevo di fronte  singolarmente alto e magro, vestiva un abito stranissimo, tanto stretto e striminzito da sembrare cucito sulla pelle.

Il volto avea per metà coperto da una maschera di velluto nero che spiccava come un grosso pezzo di carbone tra il collaretto di pizzo e la tesa spavaldamente sollevata di un cappello rotondo di feltro bianco.

Mi ero imbattuto in un malinconico Arlecchino. E l’impressione di meraviglia nasceva dal fatto che, mentre eravamo quasi alla fine del Carnevale, sino a quel momento, nessuna manifestazione esteriore era valsa a farmene ricordare. Dissi: « Non sapete che il prefetto ha vietato l’uso della maschera per le strade? Se vi pesca la squadra mobile avrete sicuramente delle noie ».

L’Arlecchino rise. E si produsse questo strabiliante fenomeno: la testa sembrò spaccarglisi improvvisamente, come aperta da un taglio orizzontale e su gli orli del taglio vidi luccicare due formidabili rastrelliere di denti, enormi e giallognoli come i denti dei cavalli.

La bocca correva lungo tutto il margine inferiore della maschera, da un orecchio all’altro e, finito che ebbe di ridere, Arlecchino la richiuse come battesse due tavolette di legno.

Quindi un lieve rumore di carrucole arrugginite ch’era nato nelle profondità del suo stomaco salendo fino alla gola dovette certo imbattersi in uno speciale risuonatore, perché si mutò in voce di grammofono guasto.

Amico, sapreste indicarmi, per favore, un tabarin?

Silenzio da parte mia.

Arlecchino fece un passo avanti muovendo i trampoli delle lunghissime gambe e mi poggiò una mano sulla spalla.

Non preoccupatevi dei decreti prefettizi.

Di carnevale nessuno può vietarci d’essere allegri.

E per mostrarmi ch’era allegro descrisse una specie di piroetta e le carrucole del suo stomaco furono come agitate da una scossa di terremoto. Tornò quindi a ghermirmi per le spalle.

« Andiamo » disse  «ho voglia di divertirmi, stanotte, e voi mi servirete da guida e mi terrete compagnia ».

Non trovai nulla di strano in questo invito ed accettai senza la minima esitazione.

Stretti al braccio come due vecchi amici, allegramente ci avviammo. Ad ogni passo mi sentivo tirato in su, quasi il mio compagno prendesse ogni volta lo slancio per saltare sul tetto di una casa. Ma finii con l’abituarmi a quella ginnastica.

Tra noi si era rifatto il silenzio.

Vagammo a lungo per le strade deserte della periferia, aspettando che la notte diradasse l’animazione del centro, dove non osavo avventurarmi, in sì strana compagnia.

Arlecchino seguiva docile i miei passi senza mai chiedermi il perchè delle strane giravolte e dei ritorni improvvisi e della predilezione per i vicoli tenebrosi. In una piazzetta rotonda e sonora come la cassa di un liuto, si fermò improvvisamente e m’indicò con la destra la gemma enorme di una stella sospesa nel centro della piazza, come una lacrima di fuoco verde.

Poi, piegandosi in due, a compasso, mi prese per mano.

Tremava.

« La verità è che sono fuggito » disse « e non ricordo più il numero della casa. E Colombina, a quest’ora, non vedendomi tornare nell’armadio, sarà fuori della grazia di Dio ». Segui una pausa.

« Carnevale, « riprese », viene ogni anno a riaprire l’armadio nel quale ci tiene rinchiusi,

per spolverarci e rimetterci a nuovo alla meglio. Io ho indegnamente abusato della sua

fiducia. Ho atteso che fosse tutto intento a rammendare una calza a Rosaura, mentre Colombina badava a lucidare le unghie di Florindo, per calarmi dalla finestra e darmela a gambe… Quando si fanno certe corbellerie non si pensa mai alle conseguenze. Eccomi qui: solo, sperduto, senza casa e senza famiglia…».

Lo vidi ondeggiare minacciosamente quasi fosse di gomma e stesse per rovesciarsi sul selciato.

Ma fu un attimo. Senza che nessuna causa apparente potesse giustificarne l’improvvisa irritazione, si raddrizzò di colpo, sbatacchiò le tavolette, tempestò con le carrucole e dopo avermi sollevato come un fuscello sino all’altezza della sua testa per poi lasciarmi ricadere a piombo, comandò:

« Andiamo al Tabarin. E senza più deviare; altrimenti ti accoppo ».

Per la qual cosa sollecitamente obbedii.

Al tabarin sul principio le cose andarono liscie. La sala era affollatissima, quando entrammo, e poche persone badarono a noi. Tutti erano intenti ad ammirare le danze epilettiche di due ballerine americane, rinchiuse come in un cerchio magico dalla chiazza tremolante di un fascio di luce violetta.

Profittai della semioscurità per scegliere, nell’angolo più appartato, un tavolino quasi completamente nascosto da un intrico di piante e di fiori artificiali.

Arlecchino, dopo le smanie precedenti, ora sembrava caduto in tristissime meditazioni.

Non toccava cibo.

Si limitava ad ordinare due bottiglie di champagne per volta e le vuotava metodicamente, un bicchiere dopo l’altro, concedendosi appena il tempo di riprendere fiato. Sino al secondo bicchiere dell’undicesima bottiglia.

Che, da quell’istante, cominciai a notare qualcosa di mutato nel suo contegno. Si voltava indietro e guardava le coppie danzanti ed accompagnava il ritmo del jazz-band battendo i ginocchi ed apriva e chiudeva la bocca col solito fracasso di tavolette percosse e rimestava la provvista di ferri-vecchi dello stomaco.

Questi esercizi avevano indubbiamente il potere di eccitarlo, tanto è vero che, quando meno me l’aspettavo, picchiò un pugno sul tavolo, dichiarò che voleva ballare anche lui e, senza darmi il tempo di trattenerlo, era già ritto sulle pertiche delle gambe e saltellava per la sala come un grillo gigantesco.

Attraversando lo spazio riservato ai ballerini creò un certo scompiglio: pestò un piede ad una signora e poi si chinò per sorriderle e chiederle scusa.

La signora svenne.

L’uomo che l’accompagnava, spaventosamente impallidito, dopo alcuni attimi di esitapione, scappò rapidamente verso l’uscio.

Arlecchino girava come una trottola. Vedevo in tutti i punti della sala la macchia nera della maschera fra il bianco del collaretto di pizzo e l’ala sollevata del cappello.

Ogni tanto doveva sorridere e parlare chè notavo segni indubbi di terrore dipingersi sul volto dei suoi vicini e la loro improvvisa agitazione e gli sforzi che facevano per fendere la folla ed allontanarsi da lui.

Nella sala cominciò a diffondersi un senso invincibile di panico.

Le signore correvano da un angolo all’altro, come fossero inseguite e gli uomini, ancora incerti sul da fare, si raggruppavano minacciosamente, quasi volessero sentirsi più protetti ognuno dalla forza degli altri.

Arlecchino doveva essere infuriatissimo, chè, fin dal mio posto, udivo la tempesta delle carrucole e gli altri segni caratteristici del suo furore.

Girava ormai come un forsennato rovesciando a calci tutto quello che incontrava.

L’orchestra aveva smesso di suonare ed i professori, dietro la barricata dei legii, brandivano come clave gli strumenti. I ballerini erano spariti.

Sulla sala incombeva la fatalità di una catastrofe.

Un urlo lacerante di donna diede il segnale della mischia.

Non capii bene quello ch’era avvenuto. Vidi un gomitolo di corpi stringersi addosso ad Arlecchino e dopo pochi secondi tutta quella gente ritrársi urlando come avessero toccato un ferro rovente,

Il gomitolo si sparpagliò in cento nodi epilettici. Gemiti, imprecazioni, minaccie; siepe d pugni tesi verso di noi, volo di mille proiettili rabbiosi, confusione d’inferno, Arlecchino saltò al mio fianco e mi ghermì per un braccio tentando di portarmi via.

Ma un signore molto dignitoso ci si paró innanzi : « Favoriscano in questura » disse, E non aggiunse altro chè Arlecchino gli assestò con una bottiglia vuota di champagne, un colpo così forte sulla testa, che il signore dignitoso fece una giravolta su se stesso e cadde di schianto sul pavimento.

Ma l’enorme gomitolo umano tornò ad abbattersi su di noi con lo strepito d’una valanga.

Ma ancora una volta miracolosamente si ritrasse e riuscimmo, approfittando di quella breve sosta, a rompere la folla come catapulte, io trascinato dal mio compagno ed a raggiungere l’uscita.

Appena fuori ci lanciammo a corsa vertiginosa, infilando la prima via che ci si paró innanzi.

Cominciò la caccia all’uomo.

Ad onta delle astuzie per far perdere le nostre traccie, eravamo sempre inseguiti dal tramestio e da gli urli furibondi della folla.

Arlecchino accelerava gradatamente la corsa, si che avevo l’impressione di essere trascinato da un’automobile lanciata a tutta velocità, e di tanto in tanto, forse per darmi il tempo di respirare, mi sollevava di peso e mi teneva stretto al suo petto e bestemmiava e digrignava i denti ed ansava come una locomotiva.

Attraversammo la città in vari sensi, chissà quante volte, come sperduti in un labirinto.

Sino a quando, in fondo ad una via deserta, appena rischiarata da due rade file di tetri fanali a gas, intravedemmo il nero della campagna.

II rumore dell’inseguimento, qui arrivava attutito dalla distanza.

Ci eravamo molto allontanati dai nostri inseguitori e forse eravamo riusciti a disperderli attraverso il dedalo di vicoli e di viuzze che ci aveva portati fino a quel punto.

Era tempo. Sentivo che se avessi dovuto muovere un passo ancora sarei svenuto.

Arlecchino si fermò.

«Ci siamo » disse.

continua!

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