Foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash

Amartya Sen, nobel per l’economia, indiano di nascita, italiano di adozione per aver sposato  Eva Colorni, figlia di Eugenio Colorni (filosofo) e Ursula Hirschmann (politico, femminista e antifascista), fautori assieme a Ernesto Rossi e Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene, gettando le basi degli Stati Uniti d’Europa, analizzando le serie storiche delle carestie in Bengala e Bangladesh, si rese conto che anche in anni in cui il raccolto era abbondante, come accadde in Bangladesh nel 1974, quando la disponibilità di cibo era al suo massimo livello, si determinarono carestie, portando alla fame, malnutrizione e malattie, milioni di persone con centinaia di migliaia di esseri umani morti per fame. Allora Sen si chiese, come è potuto accadere nonostante un raccolto così abbondante, che non s’era mai visto prima?

E’ bene ricordare che la questione del cibo e della fame è sempre stato per tutta la vita, un tema caro a Sen, tanto che, il 14 maggio 2015, firmò la “Carta di Milano“, il documento di impegno collettivo sul diritto al cibo, che ha costituito la principale eredità di Expo Milano 2015.

Il nucleo principale del suo pensiero, espresso ripetutamente ed insistentemente in tutte le sue riflessioni  è stato spesso ripreso da autorevoli intellettuali di fama internazionale, come il sociologo e politologo tedesco Ralf Dahrendorf.

Accade, leggendo articoli di natura socio-economica, di incrociare “ragionieri” della politica che corrono dietro ai numeri e alla “pareto ottimalità” dei sistemi economici. Amartya Sen rompe con la tradizione e la scuola economica di Cambridge guidata da Alfred Marshall e focalizza l’attenzione sul tema della fame, carestie e povertà, osservando il piano politico e sociale del problema, cioè, diritti e democrazia. In buona sostanza sposta l’osservazione dalla produzione di cibo ai diritti di accesso al cibo.

La sua teoria nasce dal desiderio di sconfiggere la fame nel suo paese di origine, l’India, e lo fa con studi empirici sulle serie storiche di carestie in Bangladesh. Analizzando i dati osservò che anche nei momenti in cui vi era enorme disponibilità di cibo si verificavano comunque carestie. Da qui la sua convinzione che si può morire di fame anche in mezzo all’abbondanza. Questo accade perché, dice Sen, la deprivazione di cibo non dipende dalla diminuzione della disponibilità di alimenti, bensì dall’assenza di diritti di accesso agli alimenti.

Questa affermazione trova oggi la sua più tragica conferma a Gaza e in Cisgiordania dove, nonostante un’economia strutturalmente precaria, acuita per giunta dalla crisi israelo-palestinese, gli aiuti umanitari ci sono, eppure si muore di fame. Questo accade perchè  la  carestia che colpisce la popolazione palestinese non è causata da una penuria assoluta di cibo, ma da una sistematica negazione dei diritti di accesso (entitlements) al cibo. Le derrate esistono, sono cariche sui camion ai valichi, ma restano inerti a causa di blocchi politici e militari da parte del governo di Netanyahu, rendendo il paradosso di Sen una realtà quotidiana inaccettabile.

L’accesso al cibo deve essere sottratto all’arbitrio politico o militare. Il cibo deve essere considerato un bene pubblico globale e il suo blocco deve essere perseguito dal Diritto Internazionale come una violazione dei diritti umani fondamentali.

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