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Modugno, l’abbattimento dell’ultima trave della parte centrale del cavalcavia di via Bitonto, non è solo la demolizione di una struttura in cemento, ma rappresenta il congedo da un’epoca. Questo evento evoca un senso di malinconia e incertezza, tipico di ogni grande cambiamento. Il cavalcavia, con la sua mole imponente, racchiudeva in sé la storia di una comunità che ha convissuto per decenni con le logiche di un’industrialismo che ha esaurito la sua capacità di generare ricchezza e di definire i rapporti sociali ed economici. La sua scomparsa simbolizza il crollo di quelle certezze e la consapevolezza che il passato, con i suoi compromessi e le sue cicatrici, non può e non deve tornare.

Mentre si avverte la nostalgia per un tratto di storia che scompare, questo momento è soprattutto carico di una forza inestinguibile di speranza. L’abbattimento apre la strada a un futuro dal volto ancora sconosciuto, ma gravido di possibilità. La demolizione è vista come un’occasione per correggere gli errori del passato e avviare una vera transizione ecologica. Questo atto non è solo una scelta urbanistica, ma una sorta di risarcimento morale e materiale verso una comunità che ha pagato un prezzo altissimo per l’industrialismo del Paese. Si tratta di un’opportunità per ridisegnare il territorio, guarire le ferite urbanistiche e restituire alla comunità un’intimità e una bellezza che le sono state negate. È il desiderio di immaginare un cambio di rotta, dimostrando che ogni fine porta con sé la possibilità di un inizio migliore e più sostenibile.

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