
Nella vita di ognuno di noi accadono cose straordinarie. La cosa buffa è che spesso questa straordinarietà non riusciamo a coglierla ed apprezzarla quando si manifesta, semplicemente perchè è arduo comprendere un fenomeno nel momento in cui esso si evidenzia. Finanche la sociologia che si occupa di scienza sociale, per comprendere un fenomeno sociale deve dapprima osservarlo e per farlo, deve acquisire dati, e questi arrivano solo col tempo.
Chi avrebbe mai pensato negli anni ’50 e ’60, per esempio, il forte legame esistente tra i poeti “maledetti” e la “Beat Generation“, con il loro rifiuto delle convenzioni e l’esplorazione di temi come la ribellione, sfidando il conformismo sociale e l’ordine costituito.
Fu proprio la musica che intercettò la rivoluzione della Beat Generation diventando la colonna sonora di una nuova era. Artisti come i Beatles, Bob Dylan, i Rolling Stones, i Led Zeppelin, i Bee Gees dei Fratelli Gibb, e in Italia, l’Equipe 84 e i Nomadi, solo per ricordare qualcuno, non si limitarono a fare musica, ma incarnarono il messaggio di ribellione e vissero una vita “on the road”, sediziosa, contro il conformismo, alla ricerca di una libertà scevra da ogni dogmatismo morale, sociale, politico e religioso. Insomma un rifiuto della “normalità” imposta dalla società.
Eravamo “beat” e di conseguenza ci comportavamo come tali. Esagerati senza saperlo vivevamo la straordinarietà come normalità. Era la nostra quotidianità, il nostro modo di vivere, di agire, pensare ed essere. Eravamo liberi ma ci vedevano “strani”. Non avevamo paura di nulla e di nessuno. Rifutavamo la tradizione attraverso la contestazione. Volevamo un mondo diverso da quello che ci veniva offerto. Eravamo beat, hippies e figli dei fiori. Sostenevamo l’amore libero e la pace nel mondo. “Fai l’amore non la guerra”. Rappresentavano tout court, la controcultura. Tra noi e la società c’era una forte contrapposizione, antagonismo e la lotta per l’affermazione dei nostri ideali di vita, era l’unico modo per ottenerli. Eravamo irruenti, determinati, caparbi e duri come diamanti. Valevamo il cambiamento, ma soprattutto volevamo viverlo il cambiamento per il quale stavamo lottando. Qui e ora, dicevamo. L’abbiamo capito dopo che i frutti di una rivoluzione sono per le future generazioni e mai per chi la fa.
I primi vagiti del Maggio francese del ‘68 si fecero sentire in Italia nel ‘70 e ci travolsero. I cortei studenteschi organizzati dai collettivi, comunicati via fax, raggiungevano scuole e atenei e si saldavano col movimento operaio proveniente dalle fabbriche. Quando i cortei sfilavano percorrendo le vie del centro, tutto si fermava. La polizia cercava di contenere l’imponente fiumana o disperderla con cariche cosiddette di alleggerimento, gettando scompiglio e disorientamento nel servizio d’ordine che riusciva a malapena a tenere insieme i manifestanti e quando l’aria si scaldava, l’unica via sicura era ripararsi nei Templi della Cultura, gli Atenei, dove la polizia prudentemente si fermava davanti all’androne in assetto antisommossa, senza mai varcare la soglia. Oggi quella soglia invalicabile è spesso violata e la polizia entra e carica dentro le Università, finanche nelle Aule dove si tengono le lezioni. Il clima è cambiato. Ci appellano “boomer”.
Di fronte ad un passato che è stato più ribelle e colorato di quanto la loro percezione del “boomer” lascerebbe supporre, genera stupore. E così, quando si imbattono in una fotografia di quegli anni e ti vedono con capelli lunghi, mentre sfili in corteo, smagrito in viso, pancia piatta, camicia a fiori, pantaloni a zampe di elefante e spille colorate, vedono un icona di un’epoca che loro stessi idealizzano. Lo stupore è tale da creare in loro un cortocircuito mentale. La persona che considerano “fuori dal tempo” è stata in realtà l’artefice di quel tempo, antesignano di una rivoluzione culturale.
Ecco quindi che la sorpresa si trasforma rapidamente in una profonda curiosità e in una sorta di nostalgia per un’esperienza negata, mai vissuta. La loro “bucolica quiete” fatta di vite iperconnesse, scelte comode e sicurezze, spesso solo apparenti, è scossa dal fremito di quegli anni e cominciano a sognare la libertà, la spontaneità e la ribellione che vedono in quelle foto in bianco e nero, immaginando come sarebbe stato vivere in un’era dove la protesta, la musica e l’arte non erano solo trend sui social, ma vere e proprie dichiarazioni di vita.
La fotografia di quel “boomer” con i capelli lunghi diventa così un potente strumento di dialogo. Non più il divario generazionale, ma un punto di contatto. I giovani capiscono che la persona che hanno di fronte ha vissuto una vita di scelte, di coraggio e di rottura, un’eredità che, forse senza saperlo, li ha influenzati e reso possibile il loro stesso mondo.
Noi “boomer” che abbiamo vissuto quell’epoca non ci facciamo caso. Anzi non ne parliamo, come se l’avessimo dimenticato, fino a quando non inciampiamo in una canzone o un luogo che ne evoca l’epopea e in pochissimi attimi riviviamo emozioni sopite, ma mai dimenticate.
Ero a Parigi, e come sempre passeggiavo osservando tutto ciò che era alla portata dei miei occhi aperti come un grand’angolo, col naso all’insù, rischiando di inciampare, immaginando di abitare in un tetto con terrazzo e spazio con vista mozzafiato sulla città, quando mi ritrovai casualmente a percorrere una strada parallela che costeggia la gauche della Senna, lontano dalla folla, dallo shopping e dal turismo di massa. Ero arrivato in rue de Verneuil e di fronte a me qualcosa di insolito. La facciata di un palazzo completamente coperto di scritte, disegni e messaggi di omaggio su cui campeggia il ritratto di Serge Gainsbourg.
Conoscevo Belleville nei pressi di Parc des Buttes-Chaumont, vicino a Rue Dénoyez, una delle vie più colorate e vivaci della città di Parigi, divenuta famosa per i suoi muri e palazzi completamente ricoperti da graffiti. I bar e i negozi di questa strada amano il lavoro dei writer e street artist. Ma ero da tutt’altra parte. Mi trovavo in centro nei pressi di Pyramide vicino al Louvre a pochi metri dal Jardin de Tuileries. Ero a pochi passi da un luogo simbolo erede della Beat Generation. In questo edificio, esattamente all’interno del numero 5 bis con angolo rue des Saints-Peres al civico 14, visse con sua moglie Jane Birkin e le figlie Kate e Charlotte, Serge Gainsbourg, musicista, scrittore e regista.
E’ stata sua figlia Charlotte a voler trasformare quella casa in una casa-museo dedicata a suo padre, dopo la sua morte avvenuta a Parigi nel 1991, trasformandola nella Maison Gainsbourg. (https://www.maisongainsbourg.fr/)
Sul finire degli anni sessanta del secolo scorso, l’attrice Jane Birkin di origine inglese naturalizzata francese, conobbe il cantante e musicista di origine russa Serge Gainsbourg, con il quale intraprese una collaborazione professionale dalla quale nacque una bellissima ma tormentosa storia sentimentale che li rese una delle coppie più celebri e trasgressive dell’epoca. Chi non ricorda il celebre singolo del 1969 “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg e Jane Birkin e lo scandalo che provocò nell’opinione pubblica internazionale, bigotta e conservatrice, a causa dei gemiti e del testo che descrive un rapporto sessuale.
In Italia, per la presenza del Vaticano la reazione fu particolarmente feroce: il brano venne escluso dalla programmazione radiofonica della Rai e L’Osservatore Romano, ne pubblicò il testo per condannare pubblicamente la canzone. Nonostante il sequestro del disco su tutto il territorio nazionale ordinato dalla Procura di Milano, la canzone ebbe un enorme successo, vendendo oltre 5 milioni di copie in tutto il mondo.
Gainsbourg e Birkin condivisero, oltre alla professione, anche la vita, trasferendosi nell’appartamento parigino al 5 bis di rue de Verneuil che divenne il palcoscenico di una delle storie d’amore più iconiche e tormentate del XX secolo. Un vero e proprio punto di riferimento e d’incontro per artisti, intellettuali e bohémien dell’epoca. L’eredità seminata dalla rivoluzione culturale della Beat Generation, ha trovato terreno fertile nei fermenti degli anni ’60 e ’70, facendo sbocciare movimenti sociali e culturali che hanno prodotto riforme sociali e politiche durature, che hanno plasmato l’Italia moderna.
Senza di noi “boomer” probabilmente non ci sarebbe stata la Riforma del Diritto di Famiglia, la Legge sul divorzio, lo Statuto dei Lavoratori , il Riconoscimento dell’obiezione di coscienza e la Legalizzazione dell’aborto.