Gaza, foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash

L’atteggiamento tenuto da Israele sulla crisi Medio Orientale generata all’indomani del massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, scuote l’opinione pubblica internazionale dei paesi tradizionalmente solidali col popolo ebraico.

Mettendo da parte le critiche o le manifestazioni di piazza internazionali, che possono prestarsi a strumentalizzazioni, vanno certamente considerate quelle che invece vengono mosse dall’interno del paese,  come quelle dei familiari dei rapiti del “7 ottobre” oppure espresse da esponenti pubblici di spessore la cui lealtà al popolo ebraico non può essere messa in discussione, cresciute nel tempo di pari passo con la politica radicale assunta da Netanyahu. 

Il governo israeliano muovendo da una “rappresaglia” riparatrice per il torto immeritato subito da Israele il “7 Ottobre”, ha approfittato della circostanza, probabilmente pressato dal radicalismo religioso ebraico, per affrontare l’ endemica questione legata alla sicurezza del suo paese, uno “stato assediato dall’islam”, con l’uso delle armi, nella mal posta illusione di metter fine alla faccenda una volta per sempre.

La mostruosità belligerante che si sta consumando a Gaza, ha oltrepassato ogni limite. Chiamiamola come vogliamo, barbarie, genocidio, pulizia etcnica o colonialismo, resta comunque una palese ed inequivocabile violazione dei Diritti Umani.

Non è stato un caso isolato il gesto simbolico della regista ebrea Sarah Friedland che manifestò un atto di solidarietà pubblica al popolo palestinese, quando a settembre del 2024 dal palco di Venezia ritirò il premio Leone del Futuro per il miglior film d’esordio con la sua opera “Familiar Touch”, rivolse un appello alla comunità internazionale, dedicando il suo premio alla popolazione di Gaza condannando apertamente le azioni del governo israeliano di Benjamin Netanyahu, dichiarando “Accetto questo premio nel 336° giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76° anno di occupazione”. 

Oggi i giorni sono diventati 576° e 77 gli anni di occupazione di quello che la regista ebrea Sarah Friedland ha definito senza giri di parole GENOCIDIO.

Al di là delle (fuori)uscite insulse e provocatorie di Donald Trump, a cominciare dalla distribuzione di quel che resta del popolo palestinese residente nella striscia di Gaza, (le “Displaced Persons”, come vennero definiti gli ebrei rimasti dopo l’olocausto), distribuendolo nei paesi islamici circostanti, per fare di quel lembo di terra un resort, siamo lontani da una soluzione politica stabile e duratura della crisi israelo-palestinese che destabilizza non solo il medio-oriente, ma tutto il mondo.

La comunità internazionale sostiene la teoria “Due popoli due stati”. Potrebbe essere un buon compromesso dal momento che oggi, dopo quanto accaduto, appare impraticabile in quel lembo di terra, l’idea di una comunità multietnica e multireligiosa (israelo-palestinese).

Dopo il 7 ottobre ci ritroviamo due popoli, quello palestinese e israeliano, più distanti, insicuri e reciprocamnte più intolleranti gli uni verso gli altri, di quanto non lo fossero stati prima. Il futuro, specie in una prima fase che potremmo definire di “reazione e risentimento”, sarà caratterizzato da una divaricazione tra i due popoli e assumerà contorni sempre più corposi e definiti. 
Questo non vuol dire che sono venute meno le ragioni di una pacifica coesistenza tra le due comunità, peraltro necessaria, se si pensa ai numerosi matrimoni contratti tra palestinesi e israeliani oppure a forme economiche di società miste israelo-palestinese, ma anche di studio e ricerca scientifica comune, bensì di riprendere le fila di un ragionamento interrotto dalla barbarie terroristica del 7 ottobre 2023. E’ necessario però fermare Netanyahu e avviare subito un processo di distensione tra i due popoli per recuperare il clima di fiducia reciproca, abbastanza diffuso e radicato prima di quel fatidico 7 ottobre. Serve cioè, stabilizzare il cessate il fuoco e ogni azione belligerante in tutto il Medio Oriente da parte di tutti i soggetti in causa. Ma è anche ora di archiviare definitivamente l’idea radicalizzata in forme di sionismo fondamentalista, che “tutti i non-Ebrei sono antisemiti” e chissà in un prossimo futuro arrivare a concretizzare l’idea  “Due popoli, uno stato”, che assicuri una convivenza pacifica tra le due comunità, rispettando le reciproche identità e religioni che la compongono, come vagheggiava la filosofa e politologa ebrea tedesca Hannah Arendt.

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