A conclusione di un periodo intenso per la politica locale modugnese, come é stato il 2004, una riflessione pacata, al di là dei formalismi e della tradizione, può rappresentare un’occasione per ripensare insieme, il senso del nostro vivere comune, definire meglio un modello di sviluppo economico-sociale per la nostra comunità e ricercare, attraverso una ”politica dell’ascolto”, le strategie per conseguirlo.
Le luci delle luminarie si sono spente e la gente è tornata a misurarsi con le domande di ogni giorno, quelle che necessitano, a volte, di risposte inderogabili “oggi”, perché “domani” sarebbero inadeguate se non addirittura tardive. Ogni famiglia, ogni mese, è alle prese con i conti che non tornano, i figli che non riescono a metter su famiglia a loro volta, a realizzarsi, a rendersi autonomi, perché il lavoro manca. Scostanti verso gli adulti, disillusi, questi ultimi lamentano di trovarsi calati in un mondo che non li pensa, senza chance, opportunità. Il rischio di un salto generazionale è sempre in agguato. La forbice sociale si allarga sempre di più, i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Non di rado assistiamo a gente che rimane col naso schiacciato davanti alle vetrine perché la merce appare quasi irraggiungibile, le priorità sono altre e allora si tira avanti alzando le spalle, rimandando l’acquisto a momenti migliori. Ma anche il sistema delle imprese, sotto la spinta della globalizzazione, perde sempre più fette di mercato a vantaggio di nuove economie come la Cina e l’India, giusto per fare degli esempi. La competizione internazionale sta letteralmente disintegrando i cosidetti “poli produttivi” ritenuti fino a qualche anno fa inattaccabili come il “salotto”. “La perdita dei posti di lavoro – ha detto il Presidente della Provincia Divella in un incontro sul futuro industriale in Terra di Bari – sembra inarrestabile, 5000 nel manifatturiero, 1000 nel salotto, 2500 nel tessile-abbigliamento”.
In tale contesto, interessante è capire come l’azione politica, alla luce di un sano pragmatismo, possa sconfiggere da un lato le ragioni di un’ansia e di un’incertezza diffusa soprattutto tra i giovani, dall’altro avviare processi economici e sociali virtuosi capaci di mettere in moto uno sviluppo economico e sociale che possa coinvolgere le nostre imprese.
Il quadro complessivo del sistema paese, in generale, non è buono, al sud difficile. Le ricerche di Ecosistema Urbano 2005, il rapporto annuale di Legambiente sulla qualità ambientale delle città italiane che da quest’anno si avvale della preziosa collaborazione de Il Sole 24 Ore, attraverso i dati raccolti “alla fonte” delle amministrazioni comunali, con i suoi 26 indicatori (dalla raccolta differenziata al trasporto pubblico, dall’abusivismo edilizio al verde, dallo smog all’acqua potabile) elaborati insieme all’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, Ecosistema Urbano, vedono il sud, ed in particolare, tre capoluoghi di provincia pugliesi in coda alle classifiche di vivibilità (fonte il sole24ore). Perché?
Sul fronte occupazionale, l’Istat rileva che la disoccupazione in Italia e’ scesa nel terzo trimestre 2004 al 7,4% mentre al mezzogiorno il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro scende e si attesta al 13,6%. Accanto a questi segnali positivi, assistiamo ad una sfiducia nel trovare un posto di lavoro che ha portato ad una riduzione del numero delle persone in cerca di occupazione. Il fenomeno ha interessato maggiormente, la componente femminile (-106.000 unita’, pari al -9,9 per cento) in confronto a quella maschile (-31.000 unita’, pari al -3,6 per cento). Nel contempo uno spettro aleggia sul mercato del lavoro e lo caratterizza: la precarietà del posto di lavoro. Una condizione che non risparmia nessuno e che insinua il germe dell’incertezza, dell’instabilità.
Nel rapporto annuale 2004 del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali), leggiamo che gli interventi e gli indirizzi di politica economica varati nel corso del 2004 hanno generato risultati poco brillanti. In generale l’anno appena trascorso si è caratterizzato soprattutto per un rallentamento dell’economia
Le spinte inflazionistiche degli ultimi due anni hanno ridotto la capacità di spesa di molte famiglie, inducendole a modificare stili di consumo indirizzandole verso le offerte speciali; il 70% acquista più frequentemente prodotti a marca commerciale (così dette private labels) mentre il 60% utilizza i propri risparmi per affrontare nuove spese.
Anche se appare fuorviante dedurre dai dati raccolti un diffuso impoverimento delle famiglie “è opportuno – dice il Censis – non sottovalutare il senso di disagio manifestato da un cospicuo numero di persone”.
Le nostre imprese hanno bisogno di recuperare competitività ed efficienza e per far questo devono innovarsi ed investire. I problemi legati allo sviluppo economico, all’inflazione, al mercato del lavoro sembrano refrattari alle vecchie teorie economiche. Si avverte la necessità di trovare nuove strategie.
Il dibattito sul ritardo della piccola impresa in termini di innovazione e di sviluppo tecnologico assume, toni allarmati, anche se sono riconoscibili, fattori positivi, non solo dell’Ict, (Information and Comunication Tecnology) ma anche, si legge nel rapporto annuale 2004, “del farmaceutico, del chimico e della meccanica, che mostrano un accentuato dinamismo che lascia ben sperare”.
In tale contesto quale ruolo possono svolgere le amministrazioni locali?
Come l’FMI (Fondo Monetario Internazionale) indica ai governi, le linee guida di politica economica e monetaria da seguire per superare momenti di crisi, anche il Censis nella sua analisi macro-economica, per il sistema Italia, suggerisce alcune indicazioni. In uno scenario in cui produzione e consumi non riprendono slancio, “il territorio, il localismo, le geocomunità – sostiene il Censis – appaiono come punti saldi intorno ai quali ricominciare a ragionare di sviluppo”.
Il richiamo ai processi determinanti del localismo economico, alla forza della piccola e media impresa e alla proliferazione del lavoro individuale è perentorio.
Questo ci fa capire il ruolo fondamentale che le istituzioni locali hanno per rimettere in moto lo sviluppo.
La stretta relazione individuata dal Censis tra sviluppo e territorio ci induce a riflettere e ad interrogarci sullo stato di salute della nostra amministrazione locale, sulle sue reali capacità di innescare circuiti virtuosi i cui effetti ricadano sul “Sistema Modugno”.
Se è vero, come è vero che l’attuale crisi che il nostro sistema economico sta vivendo non è congiunturale, significa che per poter agganciare la ripresa al prossimo ciclo economico positivo, il “Sistema Modugno” deve mettere in atto una serie di misure strutturali ed infrastrutturali capaci di attrarre investimenti, dare certezze alle imprese, sviluppare ed incentivare il lavoro autonomo ed artigianale, coinvolgere le classi sociali ed imprenditoriali del territorio nei processi decisionali, realizzare accordi geopolitici con altre comunità, migliorare e valorizzare l’immagine di Modugno sui mercati internazionali. Così facendo il “Sistema Modugno” si qualifica e si connota in seno alle relazioni economiche e sociali di riferimento esprimendo il suo “essere modugnese”.
I fattori classici della produzione (capitale e lavoro) non sono più sufficienti a garantire la permanenze delle nostre imprese sui mercati, bisogna innovarsi. Le imprese devono imparare a percorrere nuove vie ed un nuovo approccio culturale per acquisire più competitività nei mercati internazionali agendo non solo sul costo del lavoro, ma anche riducendo i propri margini. Anche il sistema bancario deve riposizionarsi ed essere attore dello sviluppo. La sua azione sul mercato non può ridursi unicamente a mero commercio finanziario (vendere soldi), ma deve altresì porsi come erogatore di servizi alle imprese, svolgere un’azione di sostegno e, perché no, di partecipazione al rischio d’impresa, entrando direttamente nei progetti e nelle commesse internazionali meritevoli di essere sostenute.
Anche l’amministrazione comunale ha necessità e urgenza di essere (ri)pensata in un progetto di rinnovata democrazia nei rapporti con cittadini ed imprese, per andare al di là del semplice rilascio di un certificato o mero atto autorizzativo. In questo ambito, l’innovazione tecnologica risulta essere una delle vie percorribili capaci di realizzare la tanto agognata rivoluzione della “cittadinanza digitale” e introdurre nelle pubbliche amministrazioni veri concetti di efficienza ed efficacia dei servizi erogati.
Ma ahimè, Modugno è ferma agli anni ’80. Anche l’attuale amministrazioneRana non ha mosso un dito in questa direzione. Non ha avuto la forza o la capacità di innovarsi e governare il cambiamento in atto nel “Sistema Italia”.
Abbiamo una organizzazione del lavoro, all’interno della pubblica amministrazione locale vecchia e stantia, un modello burocratico tayloristico abbondantemente superato, personale demotivato, decentramento degli uffici comunali privi di piani di armonizzazione e razionalizzazione dei flussi informativi, orario di accesso agli uffici fuori dal tempo.
Un appello alla città a rimboccarsi le maniche e non lasciare che anche lo sviluppo economico della nostra comunità sia relegato e chiuso nelle stanze del ”palazzo”.
Lavoriamo per creare, – come dice Divella – un’armatura di sostegno alle imprese attraverso sinergie e raccordi istituzionali tra banche, associazioni di categoria, camere di commercio, Università, Fiera del Levante.
Ma soprattutto introduciamo il concetto di una “Politica dell’ascolto” attraverso l’istituzionalizzazione di una conferenza permanente sull’economia e lo sviluppo (sostenibile) nella città di Modugno.