Papa Francesco nel Pre-Summit organizzato dalle Nazioni Unite a Roma fa sentire la sua voce vibrante: 

“Produciamo cibo a sufficienza per tutti, ma molti rimangono senza il pane quotidiano. Questo ‘costituisce un vero scandalo’, un crimine che viola i diritti umani fondamentali“.

Ma allora, viene da chiedersi, se abbiamo cibo per tutti, come mai esiste la fame nel mondo?

In Why poverty?” pubblicato nel 2012, riflettevo sulle considerazioni generali del 46° Rapporto del Censis riguardo la situazione sociale del Bel Paese, del senso diffuso di smarrimento e di paura delle famiglie di non farcela, ma anche delle loro inquietudini e del timore di scivolare in uno stato di povertà.

Non è un caso se il tema della fame e della povertà sia entrato in modo dirompente nell’agenda politica mondiale e quindi anche dell’Unione Europea nell’ambito delle attività di coordinamento comunitario delle politiche economiche e occupazionali, stante la prolungata crisi economica prima e la pandemia da covid-19 poi, che ha impoverito milioni di famiglie.

A occidente, ci interroghiamo sempre più spesso sul tema della povertà e fame del mondo. Non dimentichiamoci però, che con la povertà e la fame c’è chi ci ha sempre vissuto. Basti pensare ai paesi dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale, dove il fenomeno è così diffuso, rilevante e strutturato nella società, da spingere gli individui ad un vero e proprio esodo di massa dai luoghi d’origine verso l’occidente. Molto spesso affrontando viaggi rischiosi che mettono a repentaglio la vita di chi azzarda la fuga pur di fuggire dalla povertà e dalla fame, ma anche dalle persecuzioni e dalle guerre, in cerca di cibo, sicurezza e libertà.

Gli indicatori attraverso i quali viene analizzato il rischio povertà ed esclusione sociale sono l’assenza di un reddito o comunque un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano nazionale, la bassa intensità di lavoro e la grave deprivazione materiale allorquando una famiglia presenta sintomi di deprivazione come l’assenza di telefono, tv a colori, lavatrice, automobile, o magari non riesce a consumare un pasto a base di carne o pesce ogni due giorni, svolgere una vacanza di almeno una settimana o pagare regolarmente rate di mutui o affitto.

In ogni caso tutti gli indicatori convergono verso un unico fattore e cioè l’assenza o l’insufficienza di un reddito.

E dal momento che esiste un legame diretto tra reddito, lavoro e cibo, in Europa, le politiche di contrasto alla povertà sono sostanzialmente politiche economiche ed occupazionali.

Sul tema, un punto di vista estremamente affascinante, che invito ad esplorare, è quello di Amartya Sen, Nobel per l’Economia, che tra l’altro firmò (14 maggio 2015), la “Carta di Milano”, il documento di impegno collettivo sul diritto al cibo.

Il nucleo principale del suo pensiero, espresso ripetutamente ed insistentemente in tutti i suoi lavori è stato spesso ripreso da autorevoli economisti, politologi e sociologi di fama mondiale. Uno di questi è stato Ralf Dahrendorf. Lo cito per la sua lungimiranza nella sociologia e nella scienza politica contemporanea, ma anche perchè assieme a Sen, hanno formato il mio pensiero dal punto di vista politico, sociale e d economico.

Molto spesso leggendo articoli ed interventi di natura politica e socio-economica, capita spesso di incrociare “ragionieri” della politica che corrono dietro i numeri e alla “pareto ottimalità” (Vilfredo Pareto docet). Sen, al contrario, riconduce invece il tema della fame, delle carestie e della povertà ad una questione di diritti e democrazia. In buona sostanza sposta l’attenzione dalla produzione di cibo ai diritti di accesso al cibo.

La teoria di Sen nasce dal suo desiderio di sconfiggere la fame nel mondo, a partire dal suo paese di origine, l’India, e lo fa con studi empirici sulle serie storiche di carestie in Bangladesh. Analizzando i dati egli osservò che anche nei momenti in cui vi era enorme disponibilità di cibo si verificavano comunque carestie. Ed è quello che accade nel mondo.

Da qui la sua convinzione che si può morire di fame anche in mezzo all’abbondanza. Questo perchè, dice Sen, la deprivazione di cibo non dipende dalla diminuzione della disponibilità di alimenti, bensì dall’assenza di diritti di accesso agli alimenti. 

Nelle sue conferenze internazionali sul tema Sen parla spesso di “shering”, citando l’esperienza dell’Inghilterra della prima metà del ‘900 durante le due guerre mondiali, sostenendo che attraverso politiche economiche di condivisione e controllo sui prezzi si era riusciti, pur in presenza di scarsa disponibilità di cibo, ad evitare che parte della popolazione ne rimanesse totalmente esclusa.

Partendo dalle considerazioni di Sen, Dahrendorf introduce il concetto di entitlements set.

In sostanza dice Dahrendorf, ogni individuo per il fatto stesso di appartenere ad una comunità deve avere un set di diritti all’interno dei quali, oltre ai diritti politici, giuridici e sociali, deve esserci il diritto di accesso al cibo.

Queste semplici considerazioni possono essere da parte di tutti noi oggetto di riflessione, senza avere la pretesa di una soluzione capace di fornire una risposta completa ed esaustiva alla fame e alla povertà, che si annida in ogni sud del mondo. Un esercizio però, necessario per tenere alto il livello di attenzione dell’opinione pubblica sul tema e fornire alla politica una base teorica da cui far discendere azioni pragmatiche. di intervento.

Eppure tale diritto è sancito nella Dichiarazione Universale Diritti dell’Uomo in cui all’articolo 25 si legge “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, ….) .

Dal momento che l’enunciazione di tale diritto nei fatti ha avuto più una valenza programmatica che precettiva si avverte la necessità che la politica crei le condizioni affinchè tale diritto sia effettivamente esercitato da tutti per evitare il paradosso di morire di fame in mezzo all’abbondanza.

Una prima condizione quindi è che ci sia un sistema politico democratico che possa garantire entitlement set a tutti. Una rete di sostegno o se vogliamo un pavimento sociale comune al di sotto del quale nessun cittadino deve poter cadere senza che ci sia un welfare capace di sostenerlo.  

Una seconda condizione è che ci sia disponibilità di cibo e che tutti ne abbiano diritto. 

La terza è che gli individui siano dotati di un reddito sufficiente per accedervi.

Infine, che l’individuo sia nelle condizioni fisiche di accedere dove il cibo (e l’acqua) è allocato. Se così non fosse bisognerebbe fare in modo che ciò accada.

Basta che una sola di queste condizioni non venga soddisfatta per impedire all’individuo di esercitare il suo diritto universale di accesso al cibo compromettendo la sua stessa sopravvivenza. E dal momento che una delle condizioni di adesione al contratto sociale tra l’individuo e lo Stato, secondo una concezione contrattualistica è che, a fronte di una cessione di una parte della propria sovranità verso un Uomo o Assemblea, il leviatano, cioè lo Stato, l’individuo riceve in cambio pace e sicurezza, verrebbe meno il patto sottoscritto.

E allora viene da chiedersi, perchè devo osservare le regole di una società che mi tiene fuori e mi impedisce di accedere a un diritto umano fondamentale?