Modugno, La Veronica
La Veronica (Foto, Pro Loco Modugno)

L’ampio locale che si sviluppa dietro il portone in legno, che possiamo ancora oggi ammirare nella sua antica originalità, lungo la curva di via Bitonto (a Modugno la curva è una sola, quella di via Bitonto), era fino agli anni sessanta la bottega storica di “Mèste Mechèle u pìizze” detto anche  “Mèste traiìne”. Parliamo del sig. Michele De Facendis.

Modugno, via Bitonto, portone in legno della bottega di “Mèste Mechèle u pìizze”

Mèste Mechèle u pìizze, aggiustava i traìni (carri agricoli in legno) che i contadini usavano un tempo per trasportare le olive, dalla campagna al frantoio, l’uva per la vendemmia, gli attrezzi da lavoro o semplicemente per recarsi in campagna. Nella sua bottega di via Bitonto, si affilavano anche gli attrezzi da lavoro (l’accetta m’nonn, media e grande, forbici e lame in genere) necessari a potare, arare e più in generale, accudire le terre.

Allora la società contadina, ad economia prevalentemente agricola era poggiata sulla coltivazione delle terre che producevano il reddito necessario alle famiglie per sostenersi e il traino, come la mula o il cavallo, erano non solo utili, ma indispensabili per il loro lavoro.

Chi lavorava la terra, usciva di casa all’alba per far ritorno al calar del sole, seduto davanti al traino con le sue enormi ruote. Dalla cavezza, con il paraocchi e il morso erano fissate le redini che teneva tra le mani per comandare il mulo o il cavallo, legato alle stanghe del traino. Sotto il carro agricolo era legato una capra, una pecora o un cane. Di solito il cane era un volpino che non perdeva occasione di abbaiare a chiunque si avvicinava.

Passando da via Bitonto il carro si fermava davanti alla bottega di Mèste Mechèle u pìizze per consegnargli gli attrezzi da taglio da affilare e ritirarli il giorno dopo, pronti per essere usati, prima di andare in campagna.

Nella bottega di Mèste traiìne, oltre ad affilare gli attrezzi da taglio si costruivano le grandi ruote in legno dei carri, si riparavano i raggi delle ruote e si producevano i cerchi in ferro spessi un paio di centimetri, che ricoprivano le grandi ruote in legno. I cerchi servivano a proteggere le ruote dai sassi ma anche per evitare problemi d’estate per via del restringimento del legno dovuto al caldo. Era frequente d’estate bagnare le ruote dei carri per evitare che il legno si restringesse creando problemi alla ruota.

Sul retro della bottega di via Bitonto, in fondo, dove ancora oggi c’è un giardino, venivano lavorati i cerchioni in ferro delle ruote. Il ferro veniva riscaldato in una fornace fino a quando non assumeva il colore rosso vivo. Ciò significava che il ferro aveva raggiunto la giusta temperatura ed era quindi più duttile e malleabile per essere lavorato. Terminato la lavorazione il cerchio veniva collocato sulla ruota in legno “a pressione” e martellato, in modo tale che, raffreddandosi e quindi restringendosi, aderiva perfettamente alla ruota. Per maggiore sicurezza, venivano conficcati alcuni chiodi che legavano saldamente il cerchio in ferro alla ruota in legno.

Mèste Mechèle u pìizze non era solo nella sua bottega. Con lui lavorava il piccolo Nicola Mangialardi, un ragazzino di 8 anni che la madre mandava da Mèste Mechèle u pìizze a “m’nà la ruota” (far girare manualmente una ruota fatta di pietra particolare, attraverso una manovella) per affilare gli attrezzi e toglierlo dalla strada. Ma c’era anche Paolino, un giovane trentenne, allegro di carattere, che abitava nella stradina di fronte alla Chiesa del Carmine. 

Nicola Mangialardi

A sera, quando la stanchezza faceva sentire il suo peso sulla tenera età del piccolo Nicola, Paolino lo incoraggiava a resistere: Mèh! N’ald’e mmuèrse che avime fernute.

L’antica bottega di Mèste Mechèle u pìizze non esauriva la sua funzione storica con l’affilatura degli attrezzi da taglio oppure con la sistemazione dei carri agricoli, dal momento che custodiva un’altro elemento identitario della comunità modugnese. 

La famiglia Sessa che abitava il palazzo di via Bitonto, accanto alla bottega, dove adesso c’è il laboratorio di analisi del dott. Savino, aveva in custodia in una stanza al primo piano della sua abitazione, “La Veronica”. 

Nel periodo pasquale la statua veniva scesa e posta nella bottega di Mèste Mechèle u pìizze per essere “aggiustata”, prima di sfilare il Venerdì Santo nella Processione dei Misteri. “U Monde!”.