La BCE (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi ha avviato da alcune settimane un pacchetto di misure per stimolare i consumi e portare al 2% il livello dell’inflazione (attualmente troppo basso), attraverso politiche monetarie espansive. Per questo ha ridotto ulteriormente il tasso ufficiale di sconto (costo del danaro) portandolo dallo 0,25% allo 0,15% e, per la prima volta, i tassi sui depositi nell’area euro zona, diventano negativi (-0,1%). Mai così bassi nella storia dell’Europa e non credo che in futuro si potrà tornare a questi livelli.

Con il tasso di sconto così basso, l’Europa si allinea a Giappone e Stati Uniti per i quali il costo del danaro da sempre è stato vicino allo zero.
Eppure, provate a chiedere ad una banca il tasso di interesse applicato per un prestito e vi renderete conto di quanto lontani siete da quello 0,15%. Ma ancor prima, chiedete loro se vi concedono un prestito.
Se avete un lavoro irregolare (a nero), cosa abbastanza frequente negli ultimi anni, anche con garanzie patrimoniali di dieci o venti volte il valore del finanziamento, evitate l’umiliazione di chiedere e cercate altre soluzioni. Così come se avete un lavoro in un’impresa privata con un contratto “atipico” o a tempo determinato, è più probabile che il finanziamento vi arrivi dal sud est asiatico che da una banca italiana.
Le cose cambiano per i dipendenti pubblici. Essi sono bombardati dalla reclame di banche e istituti finanziari che li invogliano a prendere soldi, con promesse di piani di rientro comodi e flessibili semplicemente perchè sono a rischio zero.
Per le imprese il trattamento delle banche è “particolare”. Per loro, raffiche di richieste di rientro del fido accompagnati dalla riduzione, se non addirittura la sospensione unilaterale dello stesso, compromettendo molto spesso la loro capacità finanziaria e produttiva. Se poi l’impresa ha rapporti con la Pubblica Amministrazione, le cose si complicano ulteriormente per via del cash-flow molto dilatato, costringendo le imprese ad anticipare l’investimento (una sorta di finanziamento al cliente). Capite bene che per un’impresa che vive del proprio lavoro è facile esaurire la propria scorta di liquidità. In tale situazione o i soci ricapitalizzano l’impresa oppure, se ciò non è possibile, non resta altro da fare che chiudere la saracinesca e ricominciare da un’altra parte.
Il sistema bancario nazionale si mostra efficiente e puntuale nell’aumento dei tassi quando la BCE stringe la borsa, lenti e parsimoniosi quando si tratta di adeguarli al ribasso. A loro, le banche, piace giocare sul velluto (pochi rischi) e far piovere sul bagnato (dar soldi a chi ce li ha).
In questa crisi che sembra non finire mai, chiudono e falliscono migliaia di imprese ma di banche nemmeno una. Anzi, i primi soccorsi dallo Stato e dalla BCE hanno visto proprio le banche i primi destinatari, una sorta di corridoio preferenziale per evitare che il loro fallimento travolgesse un’intero sistema economico-finanziario.
Questo è senz’altro vero come è vero che la crisi è partita proprio dalle banche e dalle loro speculazioni. Adesso, mentre noi (the people) attraversiamo la valle di lacrime, il managment bancario è rimasto quello dei derivati di Lehman Brothers e gli amministratori delegati continuano imperterriti a percepire liquidazioni stratosferiche e pensioni da nababbi.

Per via del lavoro che non c’è la “middle class”, l’ossatura del sistema economico-sociale si è assottigliata sempre di più riducendo notevolmente la base contributiva su cui si regge uno stato sociale e la forbice tra ricchi e poveri si è allargata sempre più generando forti sperequazioni sociali che hanno provocato ricadute negative sull’economia reale. Una tra tutte, il crollo della domanda interna di beni e servizi, quello che gli economisti chiamano “domanda aggregata“. In buona sostanza il problema a cui Draghi cerca di dare una risposta e lo fa attraverso una politica monetaria espansiva.
Ora, anche uno studente del primo anno di economia sa che nella economia reale, i percettori di reddito medio-basso, cioè la stragrande maggioranza, consumano l’intero reddito, contribuendo notevolmente all’incremento della domanda aggregata. Mentre, per i redditi alti accade qualcosa di diverso. Infatti una parte del reddito viene utilizzato per soddisfare i bisogni primari delle famiglie (vitto, affitto/mutuo, assicurazioni, rette, tasse, etc.) e quindi ad alimentare la domanda aggregata, mentre il resto viene ripartito tra una riserva monetaria dettata da ragioni squisitamente psicologiche (necessità di poter avere disponibilità immediate in caso di bisogno improvviso), il resto è risparmio che può essere quindi investito.
Questo significa che il reddito dei ricchi, o meglio, delle retribuzioni più alte, concorre in misura marginale a determinare la domanda aggregata, quella che fa crescere il PIL, giusto per intenderci. Inoltre una discrasia sociale impone altresì interventi perquativi di politiche dei redditi, ivi compreso forme redistributive e di giustizia sociale. Tra queste possiamo annoverare il Reddito Minimo Garantito?

In una società civile e liberale, dove tutti i cittadini, hanno diritti politici (diritto di voto), diritti giuridici (uguaglianza di fronte alla legge) e diritti civili (diritto al lavoro, alla sanità, alla previdenza all’istruzione, alla protezione), perchè mai non dovrebbe essere annoverato un reddito minimo garantito? “Minimo”, ma uguale per tutti.
Insomma un passo avanti altre Beveridge.
Ma se così non fosse, diventa più difficile realizzare una società di Cittadini, un pavimento comune al di sotto del quale nessun individuo, per il solo fatto di appartenere ad una comunità, deve poter cadere senza che una rete sociale lo sostenga.
Concludo.
Il quadro sul Belpaese descritto nel Rapporto OCSE (Organizzazione Cooperazione Sviluppo Economico) nel suo Employment outlook, è allarmante. Si parla di un Paese Intrappolato tra recessione e disoccupazione che viaggia in contro tendenza rispetto alla media.
L’Ocse prevede un peggioramento del tasso dei senza lavoro nel quarto trimestre del 2014 passando dal 12,2% al 12,6%.
Stime di crescita non se ne vedono e nella migliore delle ipotesi seguono sempre lo zero virgola, mentre gli Stati Uniti viaggiano con un PIL al 4 per cento.