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In “Why poverty?” pubblicato nel 2012, riflettevo sulle considerazioni generali del 46° Rapporto del Censis riguardo la situazione sociale del Bel Paese, del senso diffuso di smarrimento e di paura delle famiglie di non farcela, ma anche delle loro inquietudini e del timore di scivolare in uno stato di povertà.
Non è un caso se il tema della povertà è entrato in modo dirompente nell’agenda politica dell’Unione Europea nell’ambito delle attività di coordinamento comunitario delle politiche economiche e occupazionali, stante la prolungata crisi economica e finanziaria che ha impoverito milioni di famiglie. Ed è per questa ragione che è nata la Strategia EU2020 e, la lotta alla povertà è diventata per l’Europa una priorità.
Se l’Europa è giunta solo adesso ad interrogarsi sul  tema, non dimentichiamoci però, che con la povertà c’è chi ci ha sempre vissuto. Basti pensare ai paesi dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale, dove il fenomeno è così diffuso, rilevante e strutturato nella società, da spingere gli individui ad un vero e proprio esodo di massa dai luoghi d’origine verso l’occidente. Molto spesso affrontando viaggi che mettono a repentaglio la vita di chi azzarda la fuga pur di fuggire dalla povertà e dalla fame, ma anche dalle persecuzioni e dalle guerre, in cerca di cibo, sicurezza e libertà.

Gli indicatori attraverso i quali l’Europa analizza il rischio povertà ed esclusione sociale sono l’assenza di un reddito o comunque un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano nazionale, la bassa intensità di lavoro e la grave deprivazione materiale allorquando una famiglia presenta sintomi di deprivazione come l’assenza di telefono, tv a colori, lavatrice, automobile, o magari non riesce a consumare un pasto a base di carne o pesce ogni due giorni, svolgere una vacanza di almeno una settimana o pagare regolarmente rate di mutui o affitto.
In ogni caso tutti gli indicatori convergono verso un unico fattore e cioè l’assenza o l’insufficienza di un reddito.
E dal momento che esiste un legame diretto tra reddito e lavoro, le politiche europee di contrasto alla povertà sono sostanzialmente politiche economiche ed occupazionali,

Sul tema, un punto di vista estremamente affascinante, che invito ad esplorare, è quello di Amartya Sen, Nobel per l’Economia, che ha recentemente firmato (14 maggio 2015), la “Carta di Milano“, il documento di impegno collettivo sul diritto al cibo, che costituisce la principale eredità di Expo Milano 2015.

Il nucleo principale del suo pensiero, espresso ripetutamente ed insistentemente in tutti i suoi lavori è stato spesso ripreso da autorevoli economisti, politologi e sociologi di fama internazionale. Uno di questi è Ralf Dahrendorf. Lo cito per la sua lungimiranza nella sociologia e nella scienza politica contemporanea, ma anche perchè assieme a Sen, hanno formato e influenzato il mio pensiero.

Molto spesso leggendo articoli ed interventi di natura socio-economica, capita spesso di incrociare “ragionieri” della politica che corrono dietro i numeri e alla “pareto ottimalità”. Sen riconduce invece il tema della fame, delle carestie e della povertà ad una questione di diritti e democrazia. In buona sostanza sposta l’attenzione dalla produzione di cibo ai diritti di accesso al cibo.

La teoria di Sen nasce dal suo desiderio di sconfiggere la fame nel suo paese di origine, l’India, e lo fa con studi empirici sulle serie storiche di carestie in Bangladesh. Analizzando i dati egli osservò che anche nei momenti in cui vi era enorme disponibilità di cibo si verificavano comunque carestie.
Da qui la sua convinzione che si può morire di fame anche in mezzo all’abbondanza. Questo perchè, dice Sen, la deprivazione di cibo non dipende dalla diminuzione della disponibilità di alimenti, bensì dall’assenza di diritti di accesso agli alimenti.
Nelle sue conferenze internazionali sul tema Sen parla spesso di “shering”, citando l’esperienza dell’Inghilterra della prima metà del ‘900 durante le due guerre mondiali, sostenendo che attraverso politiche economiche di condivisione e controllo sui prezzi si era riusciti, pur in presenza di scarsa disponibilità di cibo, ad evitare che parte della popolazione ne rimanesse totalmente esclusa.

Fine prima parte