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Al voto, al voto! E intanto i giovani vanno via!

Torniamo a votare? Chissà!

Come la slot machine. Metti una monetina e non va bene. Ne metti un’altra nella speranza che sia la volta buona. Il ciclo si ripete fino a quando la tasca si svuota. Tentativi inutili quanto dannosi. Se proprio vogliamo giocare a fare la guerra, facciamolo col risiko. Ci divertiamo ed evitiamo danni.

Zingaretti, segretario nazionale del Partito Democratico, gioca a fare il leader senza una leadership e neppure una visione. E se manca la prospettiva o un sogno da realizzare,  hai voglia a votare e rivotare. 

Ma Zingaretti grida: al voto, al voto!

L’antisalvinismo è una reazione che porta al nulla, non certo ad un risultato politico su cui poggiare una maggioranza di governo. E’ solo sterile ed inutile propaganda. Per giunta, a lungo andare, stanca.

Non mi fido delle chiacchiere, tanto meno della propaganda. Guardo i dati.

E i dati dicono che nel 2011 si è rotto qualcosa. Da allora con i governi che si sono avvicendati (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), tutti caratterizzati dall’egemonia di un partito: il Pd, l’emigrazione dei giovani in Italia è sempre aumentata. Nel 2017, hanno lasciato il Paese 285.000 giovani. Ognuno di noi ha un figlio, un nipote, un parente o un amico che ha fatto la valigia.

Le cose non cambiano se osserviamo i dati della povertà e delle disuguaglianze sociali, le due facce della stessa medaglia.

Qualcuno dice che quei governi hanno fatto bene e ne invocano il ritorno, magari in forme inedite.

Su alcuni punti ciò è senz’altro vero, come è vero che quei governi sono stati acquiescenti con la finanza, i petrolieri e le banche, convinti che la loro ascesa avrebbe portato con sé la crescita dell’economia.

 Così non è stato, né tanto meno lo è. Le cose hanno funzionato finchè le vacche avevano latte da mungere. Quando gli incentivi sono terminati sono iniziati i licenziamenti, i contratti a termine non sono stati rinnovati e i giovani, la parte migliore del Paese, ha detto goodbye!

L’economia ha continuato a deprimersi e la domanda interna di beni e servizi, sostenuta da anni di Quantitative Easing della BCE, con l’obiettivo di spingere l’inflazione al 2%, si è rivelato una chimera.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’emigrazione dei giovani, la povertà e le disuguaglianze sociali sono cresciute come i privilegi, e il rapporto fiduciario tra rappresentanti e rappresentati si è ulteriormente deteriorato, fino a raggiungere il suo apogeo col “Rosatellum”, la legge elettorale voluta del Pd che non consente ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti ma li nomina d’ufficio attraverso le segreterie dei partiti.

Zingaretti vuol votare perchè pensa che dopo il voto i rapporti di forza col M5S saranno invertiti. A quel punto un accordo coi 5S sarà possibile, forse addirittura inevitabile per fermare “le destre”, per via della porcheria del Rosatellum fatta del Pd (lo ripeterò fino a quando non cambieranno questa brutta legge elettorale), sostenuta da Forza Italia e Lega.
Ma le cose andranno diversamente. 

Zingaretti ha fatto i conti senza l’oste e Renzi lo ha anticipato mettendoci il cappello, allo stesso modo di come anticipò da segretario dimissionario, all’indomani delle elezioni politiche del marzo 2018, che un governo coi 5S non s’ha da fare.

Per questo la pattuglia dei 100 parlamentari renziani nominati d’ufficio sono già in trincea. Non cederanno di un millimetro, non solo per riconoscenza a chi li ha “graziati” nominandoli deputati, ma soprattutto perchè quest’ultimi sanno che in caso di elezioni con la stessa legge elettorale, le loro nomine a parlamentari saranno messe in discussione.

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