PoliticaSocietà

Il treno per Bari

In coda al treno viaggiava con noi verso l’Italia un vagone nuovo, stipato di giovani ebrei, ragazzi e ragazze, provenienti da tutti i paesi dell’Europa orientale. Nessuno di loro dimostrava più di vent’anni, ma erano gente estremamente sicura e risoluta: erano giovani sionisti, andavano in Israele, passando dove potevano e aprendosi la strada come potevano. Una nave li attendeva a Bari: il vagone l’avevano acquistato, e per agganciarlo al nostro treno, era stata la cosa piú semplice del mondo, non avevano chiesto il permesso a nessuno; l’avevano agganciato e basta… Si sentivano immensamente liberi e forti, padroni del mondo e del loro destino.

Primo Levi,
La tregua, in Se questo è un uomo – La tregua, Einaudi, Torino 1989, p 323

Con il proclama di armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943, la Germania da paese amico e alleato, divenne un paese nemico ed occupante. Da quel momento gli ebrei italiani, fino ad allora preservati dalla deportazione nei lager nazisti, in quanto cittadini di uno Stato alleato, precipitarono nel baratro della politica di sterminio messo in atto dalla Germania nazista.

In tale contesto la Puglia si mostrava sicura per l’assenza significativa di truppe tedesche e la città di Bari divenne protagonista inconsapevole di una delle pagine più avvincenti nella storia dell’esodo degli ebrei, che arrivarono in città da ogni parte d’Europa, principalmente dai paesi dell’Est, attraverso un movimento spontaneo, che coinvolse circa 250.000 ebrei in fuga verso Eretz Israel. 

Una fiammata di breve durata, ma intensa, che ha contribuito in modo significativo all’ Aliyah bet (1945 – 1948), ed allo Yishuv (insediamento) voluto dal movimento Kibbutz, i cui preparativi, come vedremo, furono minuziosamente pianificati nel “Palazzo De Risi” di via Garruba 63, nel quartiere Libertà di Bari.

La comunità transnazionale di ebrei che attraversò l’Italia passando da Bari in viaggio verso la Palestina, ha contribuito così a rendere l’Italia “Porta di Sion“, l’ultima tappa prima dell’aliyah.

Una storia poco conosciuta, difficile da narrare per la brevità degli accadimenti e la scarsità delle tracce lasciate; ma proprio per questo è necessario preservarne la memoria, per restituirla ai posteri così come è stata vissuta. Essa è parte integrante dell’Olocausto, che racchiude in se tutte le storie, senza le quali ogni ragionamento sulla Shoah non avrebbe alcun senso.

L’Olocausto rimane un paradigma fondazionale che ci ricorda costantemente delle terribili conseguenze di quel processo politico-sociale che ha posto come base ideologica il razzismo, l’oppressione e l’intolleranza. Ma è anche un monito che ci impegna pienamente a riflettere sulle nostre “responsabilità”, ieri come oggi, a cui dobbiamo rispondere, individualmente e collettivamente,  alle violazioni dei diritti umani e ai crimini contro l’umanità, se vogliamo evitare il ripetersi di simili atrocità.

L’espropriazione dei beni personali ed affettivi, la concentrazione delle persone nei ghetti, le restrizioni, la deportazione nei campi di concentramento, ed infine, il loro sterminio, non significa affatto che gli ebrei, come pure gli zingari, i Testimoni di Geova, gli omossessuali o i dissidenti politici, morissero solo nella fase finale di tale sistema. Piuttosto, il sequenziamento di questi stadi ci fornisce un profilo euristico e storico dell’evolversi del progetto politico messo in atto scientemente e scientificamente dal regime nazista. Per questo, la raccolta dei materiali che documentano la storia, come i testi primari ospitati in musei e biblioteche, diari e testimonianze di sopravvissuti o semplice corrispondenza, forniscono un contesto importante per lo studio e la memoria di questo tragico periodo della storia.

Ma l’immediatezza concreta dei singoli artefatti e degli oggetti effimeri appartenuti ai “relitti del Terzo Reich“, ci avvicina davvero alla mostruosa atrocità dell’Olocausto. Pensiamo per esempio alle affascinanti cartoline spedite, le lettere ai propri cari, i manifesti, i francobolli, la pubblicistica, le fotografie di famiglia, la posta dal ghetto, i contrassegni di censura e i visti, tutto testimonia silenziosamente le depredazioni e le distruzioni che hanno colpito gli ebrei europei. 

Leggere la cartolina scritta da una donna ebrea impossibilitata a raggiungere la propria sicurezza, in Inghilterra o nella Francia occupata; oppure leggere le vicende di intere famiglie come quella di Berthold Uhldfelder, che nel 1935 da Berlino, a seguito delle restrizioni sugli ebrei fugge a Bari, credendo finalmente di essere al sicuro, non può che porre la nostra coscienza di fronte all’evidenza che anche da noi, come un destino fatale, quelle stesse leggi a cui in tanti avevano cercato inutilmente di sottrarsi vennero invece applicate. E, ancora, questa nostra presa di coscienza non può che essere sostenuta da quell’ultima cartolina scritta da una donna prima della sua deportazione nei campi di sterminio; o dalla busta di una lettera su cui è riportato il secondo nome del mittente “Sarah“, il nome ebraico “ufficiale” nella Germania nazista; o dal vestito con la stella gialla cucita sopra, in Germania come nei ghetti. Come dimenticare lo sguardo di un bambino ebreo tedesco impresso in una foto, perplesso e spaventato, costretto a separarsi dai suoi angosciati genitori, completamente dipendente dalla gentilezza degli estranei, il quale non poteva conoscere il destino serbato alla sua famiglia, né tanto meno il proprio.