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Bari jewish

La città di Bari è stata uno dei fiorenti centri ebraici della Puglia, fondato da prigionieri portati in Italia dall’imperatore romano Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto (Tito) nel I sec. d.c., dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70.

Ceaare Colafemmina , docente di Epigrafia e Antichità Ebraiche nell’Università degli Studi di Bari negli anni 1992-1999, ha indagato un vastissimo ambito documentario, che ha reso possibile restituire un quadro completo della parabola della presenza ebraica nel territorio, che può vantare in Puglia un radicamento antichissimo, attestato con certezza al IV secolo, come recitano le aggiunte al manoscritto Sefer Yosippon (Italia meridionale, seconda metà X sec., Oxford, Bodleian Library, ms. 793, 2, c. 244):

"Tito pose governatori nelle città che avevano fatto pace con lui e li lasciò nella Giudea. Il numero dei prigionieri che portò con sé fu di 90.000. Il numero degli abitanti di Gerusalemme che caddero per spada e per fame, e di tutti quelli che da lontano e da vicino erano venuti e si erano raccolti in Gerusalemme e caddero, fu complessivamente di 1.108.000. Quelli che stabilì in Roma e diede a suo padre furono 1.500. Ne deportò via mare 5.000 in Taranto, Otranto e in altre città della Puglia. Vespasiano diede a Tito suo figlio la provincia d’Africa e tutta la Spagna. Egli collocò 30.000 giudei in Cartagena e il resto dei prigionieri in Siviglia, città del suo dominio posta sul fiume Betis, e in altri luoghi. Tito ordinò di ammonire che non fosse fatto loro del male. Tito disse a Iosef: «Scegliti da tutto il mio regno un luogo per abitare e te lo darò». Iosef chiese l’isola che è in Roma, dalla parte meridionale, circondata da ogni parte dal fiume Tevere. E vi costruì abitazioni per lui e per tutta la sua famiglia e una scuola di Torah per la preghiera". 

Altre fonti parlano dell’accoglienza dei profughi ebrei a Bari, come la raccolta ebraica Pesiqta Rabbati, dove si racconta della generosa accoglienza dei baresi nei confronti degli ebrei deportati da Tito, ricoprendo con i loro abiti i profughi che si trovavano nudi e incatenati. La storia vuole che per ricompensa il Signore riversò tanta bellezza sui baresi, da cui il detto: “Chiunque entra in Bari non ne esce senza aver prima desiderato di peccare”. 

Le leggende parlano di “quattro rabbini“, che salparono da Bari nel 972, furono catturati in mare da razziatori saraceni e venduti in schiavitù in Spagna e nel Nord Africa e, dopo essere stati riscattati, fondarono famose accademie talmudiche. Bari a quel tempo, era conosciuta come un centro di apprendimento talmudico. Ciò è confermato dall’adagio attribuito al Rabbino Tam del secolo XII che, parafrasando il libro di Isaia, « poiché la legge uscirà da Sion e la parola del Signore da Gerusalemme» disse: “Poiché la legge uscirà da Bari e la parola del Signore da Otranto“. L’insegnamento teologico delle scuole baresi ottenne una grande influenza: Andrea, arcivescovo di Bari, morto nel 1078, in realtà si convertì al giudaismo. 

Gli ebrei di Bari nel corso dei secoli spesso subirono vessazioni e restrizioni. Furono inclusi negli editti di conversione forzata emessi dagli imperatori bizantini nel IX e X secolo, mentre nel 932, il quartiere ebraico fu distrutto dalla violenza della folla e diversi ebrei furono uccisi. 

La presenza ebraica in Puglia è testimoniata anche da una cospicua parte di materiale di epoca medievale, conservato per lo più negli Archivi Capitolari o delle Diocesi pugliesi e negli Archivi di Stato di Napoli e Bari. I documenti più importanti, tra XI e XII secolo, riguardano le donazioni delle giudecche agli arcivescovi, negozi finalizzati a sottoporre i tributi dei giudei alla giurisdizione ecclesiastica. Il primo di questi documenti riguarda la donazione della giudecca di Bari, contenuta nella pergamena del marzo 1086, dove è riportato un atto rogato dal medico Petrus Borda in cui Sikelgaita, duchessa di Salerno e vedova di Roberto il Guiscardo, insieme a suo figlio Ruggero dona a Ursone arcivescovo di Bari il potere dell’esazione dei tributi dei giudei. Si tratta di una pratica attestata anche nell’impero bizantino sotto Costantino IX Monomaco (1049) e riproposta anche nei confronti degli arcivescovi di Salerno, Cosenza, Palermo 

Tra il 1068 e il 1465 gli ebrei di Bari soffrirono delle pretese rivali del re e dell’arcivescovo sulle tasse imposte agli ebrei nella città. Gli ebrei di Bari furono anche vittime della campagna per convertire gli ebrei al cristianesimo iniziati da Carlo d’Angiò nel 1290. 

Nel 1294, 72 famiglie furono costrette ad adottare il cristianesimo, ma continuarono a vivere a Bari come neofiti. Seguì un secolo e mezzo di tranquillità finché il quartiere ebraico fu nuovamente attaccato nel 1463. Una figura di spicco in questo periodo fu il medico David Kalonymus di Bari. Nel 1479 il medico e la sua famiglia ricevettero la cittadinanza napoletana insieme all’esenzione dalle tasse commerciali, e, nel 1498 chiese allo Sforza duca di Bari di conferirgli gli stessi diritti speciali a Bari che aveva già a Napoli. Nel 1495, durante i disordini che accompagnarono l’invasione francese, fu saccheggiata una proprietà ebraica del valore di 10.000 ducati. L’espulsione degli ebrei dal regno di Napoli nel 1510-11 suggellò il destino di quelli di Bari: un piccolo numero fu riammesso nel 1520 e infine costretto a partire nel 1540-41 . 

In ogni caso, sappiamo dai protocolli notarili della fine del secolo XV pervenutici dalle città di Bitetto e di Palo, che seppur non documentano la presenza di comunità ebraiche in queste due città, sono tuttavia numerosi gli atti di mutuo o di compravendita stipulati tra bitettesi o palesi con ebrei delle città limitrofe. I protocolli notarili di Palo sono relativi agli anni dal 1457 al 1474, mentre quelli di Bitetto coprono l’arco di tempo dal 1465 al 1493 (Cesare Colafemmina in “L’attività degli ebrei negli atti notarili del secolo XV di Bitetto e Palo)”. 

In entrambe le città, dagli inizi del Cinquecento non sono più presenti fuochi ebraici. Più precisamente dal 1509, per Bitetto non vi è più alcun riferimento documentario a ebrei residenti.  L’Universitas in quell’anno chiese del resto di non essere tassata per l’ebrea Spera,  vedova di Mosè de Leone, unico ebreo a suo tempo emigrato da Lecce. Sempre nel secolo XVI, il numero di contratti stipulati tra ebrei forestieri con cittadini di Bitetto è estremamente ridotto, a differenza del secolo precedente, quando i contratti conclusi con ebrei sono invece numerosi, come testimoniano gli atti rogati dal notaio Antonino de Iuliano (Cesare Colafemmina in “L’attività degli ebrei negli atti notarili del secolo XV di Bitetto e Palo)”.

Altri ebrei baresi operanti a Bitetto sono il medico Iacoy de Bellinfante e suo figlio Iosep, il quale agì anche a nome dei fratelli e coeredi Abram ed Aym e di Elia, medici. Di Bari risultano anche Bengiamin de Iacoy e Isac Vitale, titolari di crediti.

Colafemmina ci fornisce alcune differenze comportamentali tenute dagli abitanti di Palo e Bitetto rispetto alla comunità ebraica in provincia di Bari. 

I cittadini di Palo – egli dice -, contrariamente agli abitanti di Bitetto, mantennero costanti i rapporti con gli ebrei fino alla loro espulsione, chiedendo prestiti per la compravendita d’immobili e, soprattutto, per attivarsi nel commercio di frumento, olio, panni e per la locazione di animali, necessari alla coltivazione della terra. In un atto rogato a Bitonto e stipulato tra un cittadino di Palo ed un ebreo di Bari, si segnala l’utilizzo di olio d’oliva, invece del danaro, per saldare debiti pendenti già nel 1437.

La vita comunitaria ebraica dal XVI al XIX sec. si affievolì fino quasi a scomparire.  

Negli anni 1922-1923, all’inizio della via per Carbonara, durante i lavori di scavo per gettare le fondamenta di un villino, venne rinvenuta una catacomba ebraica databile al V secolo, ed un’area sepolcrale subdiale del secolo IX. In esso e nei dintorni furono rinvenuti iscrizioni in ebraico che, secondo l’erudita Umberto Cossutta, risalirebbero al periodo che va dal IX alla metà del XIII secolo, e che, grazie al prof. Michele Gervasio, furono affidate alle cure conservatrici del museo archeologico di Bari.

La comunità ebraica nel corso dei secoli, pur se integrata nei luoghi dove si insediava, è stata spesso oggetto di vessazioni e pregiudizi sfociati talvolta in atti di violenza e discriminazione. La storia recente avvalora tale affermazione. Il ventennio fascista infatti, ci restituisce un quadro normativo violento nei loro confronti, il cui punto di svolta si concretizzò nel malcelato censimento degli ebrei del 22 agosto 1938. Quel giorno, incaricati comunali bussano alle case degli italiani per una rilevazione demografica. Apparentemente essa non destava alcun timore, se non per il fatto che, tra le avvertenze messe a margine del modulo di rilevazione, rivelano la sua vera ragione. L’indagine demografica fu solo un pretesto per dissimulare un vero e proprio censimento degli ebrei in Italia. Nelle avvertenze, come spesso accade non lette, è scritto:

Il presente foglio dovrà essere compilato dai Capi delle Famiglie, o da chi ne fa le veci, nelle quali esista anche un solo componente che sia stato aggregato, alla nascita e successivamente, per mezzo di rito o atto concreto, alla religione israelitica. ...

Al di la dell’opinione personale che ognuno di noi determina, anche alla luce dello studio dell’intero impianto armamentario normativo fascista, marcatamente razzista, dall’indagine demografica apprendiamo che a Bari e provincia vi erano 35 famiglie ebree, per un totale di 95 persone. Di queste 61 erano italiani e 35 stranieri. A Bari erano 77, di cui 47 italiani e 30 stranieri. Tra gli ebrei censiti nel capoluogo pugliese troviamo la famiglia Uhlfelder, fuggita dalla Germania di Hitler dopo la promulgazione delle leggi razziali. Essa era composta dai coniugi Bhertold Uhlfelder, nato a Norimberga il 18 aprile 1880 e sua moglie Helene Neuberg, nata a Berlino il 7 marzo 1893 e dal figliolo Fritz Uhlfelder. Con loro c’era anche la suocera di Bhertold, Michelson Elisa, vedova Neuberg, nata a Berlino l’11 novembre del 1868. L’odissea degli Uhlfelder come vedremo, suscita compassione per non essere riusciti  a sopraffare il destino beffardo e persecutorio, nel vano tentativo di riparare a Bari dopo la promulgazione delle leggi liberticide del 1935 in Germania, e nello stesso tempo ammirazione, per l’audacia e temerarietà della famiglia Uhlfelder, che, una volta a Bari, tenta la ripartenza, senza però riuscirci. La triste storia è narrata da Pasquale B.Trizio in “La Storia nascosta”, Gelsorosso, 2015.

Via della Sinagoga, come anche le diverse tombe altomedievali presenti nel Museo Provinciale, le epigrafi attualmente visibili (anche se alcune non si trovano esposte al pubblico, ma sono conservate nei depositi delle Soprintendenze competenti), suddivisibili in epigrafi sinagogali ed epigrafi funebri, assieme al Cimitero ebraico, attestano l’esistenza ed il passaggio della comunità ebraica a Bari, oggi dissolta.