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Allarme Sud, povertà e disuguaglianze in crescita!

Inutile girarci intorno e ammettiamolo. I livelli di disoccupazione, povertà e disuguaglianze sociali, sono stati un prezzo troppo alto da pagare, e questo non ha fatto altro che aumentare il senso di contrarietà verso i governi nazionali e le istituzioni europee.
E’ necessario invertire la rotta, perchè è nel disagio sociale e nella precarietà che si annidano le ragioni che alimentano lo scetticismo e la contrarietà alle istituzioni, siano esse nazionali od europee.

Se questo governo, se questa Europa non è capace di migliorare la mia condizione di vita, si chiedono le persone, o peggio ancora, mi precarizza e mi esclude dai processi socio-economici, impedendomi persino di salire sul primo gradino dell’ascensore sociale, perchè mai devo assecondare il loro ordine?

A questa domanda la risposta non può che essere una politica di cambiamento.
La soluzione quindi, non è ostacolare il cambiamento, ma farsi promotore e guidare quel cambiamento.
Lo dico da europeista convinto e da convinto sostenitore della moneta unica europea.
E a coloro che vagheggiano l’uscita dall’euro, ricordo loro lo SME, il serpente monetario europeo con le sue oscillazioni dei cambi, dopo il fallimento degli accordi di Bretton Woods.
Voglio dire, avevamo un mondo instabile e l’incertezza regnava sui mercati. Per un paese come l’Italia, con una valuta fragile (la lira), e un’economia che guarda soprattutto all’export, per aggiustare il saldo della bilancia commerciale, le cose erano abbastanza complicate, al punto tale da compromettere l’internazionalizzazione delle imprese.

Dentro tali dinamiche, l’economia seguiva i prodotti, ma anche le oscillazioni dei cambi di moneta nel suo divenire temporale. Giorno dopo giorno. L’imprevedibilità dei cambi, poteva trasformare in un solo istante un buon affare in una rovina e chiudere i battenti.
Poi è arrivato l’euro, le istituzioni si sono rafforzate e l’economia europea ha tirato un sospiro di sollievo. Con l’euro potevamo finalmente competere col dollaro e lo yen, oltre che col rublo.

Tornare indietro, è anacronistico e dannoso per la nostra economia. Vivremmo l’euforia di un momento, come quando si svaluta una moneta per poi attraversare una valle di lacrime, prima di sprofondare negli abissi e ritrovarsi soli in una economia aperta e globale.

Dobbiamo riconoscere, e qui la critica, che in questi anni abbiamo posto attenzione al contenitore (le istituzioni) e trascurato il contenuto (le persone). Abbiamo curato il malato con dosi massicce di antibiotico (sacrifici) dimenticandoci di associare le vitamine (investimenti). Lo abbiamo capito con la crisi del 2008 e le bolle della finanza che hanno gettato scompiglio sui mercati e sul sistema bancario, distruggendo i risparmi di centinaia di migliaia di famiglie, spazzando via aziende e posti di lavoro, soprattutto a danno delle giovani generazioni. E lo hanno capito soprattutto quelle persone, famiglie, piccoli imprenditori, artigiani e partite iva, sui quali si sono scaricati i costi maggiori di quella crisi.
Il 4 dicembre 2016 prima e il 4 marzo 2018 dopo, è stato l’epilogo di quanto accaduto.

Adesso finalmente è chiaro a tutti, persino al PD di Martina e Renzi, che annunciano l’impegno su “lavoro, lotta alla povertà e alle disuguaglianze sociali”. Arrivano le vitamine!
Gli annunci però, appartengono alla sfera delle buone intenzioni e di buone intenzioni, come si suol dire, è lastricato l’inferno. E’ quello che fan tutti, specie in campagna elettorale, per conquistarsi la fiducia degli elettori. Ma dopo quattro governi guidati dai Dem (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), è possibile, anzi è opportuno verificare  il loro operato e capire quanto siano state efficaci le ricette di politica economica del Partito Democratico, nella lotta alla povertà e disuguaglianze sociali.

Per farlo mi sono avvalso della serie storica dei dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, che la legge del 4 agosto 2016, n. 163 obbliga ad integrare al Def (Documento economico finanziario), presentato dal ministro Padoan, nell’audizione dello scorso 8 maggio, assieme ad una serie di indicatori che misurano il benessere sociale del paese, i cosiddetti indicatori BES (Benessere Equo e Sostenibile).

I dati ci mostrano in modo inequivocabile come i governi Berlusconi prima (2008-2011) e Monti, Letta, Renzi e Gentiloni dopo (2012-2017), hanno acuito la povertà (Figura 1) e le disuguaglianze sociali (Figura 2).

Figura 1

 

Uno degli indici BES misura il rapporto tra i redditi del 20% dei cittadini più abbienti e il 20% a reddito più basso. Questo indicatore ci aiuta a comprendere l’andamento nella concentrazione della ricchezza e il divario esistente nella società. Maggiore il valore, maggiore la disuguaglianza.

Sul piano nazionale l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile è cominciato a crescere tra il 2009 e 2012, passando da 5,4 a 5,8. Nel 2015 ha raggiunto quota 6,3. (Figura 2)

Figura 2

 

Inoltre l’analisi geografica dei dati aggregati ci dice che al Nord il valore delle disuguaglianze risulta abbastanza stabile lungo l’intero periodo storico osservato (2003-2015), oscillando tra il 4,4 e 4,9, mentre nel mezzogiorno, diminuisce negli anni tra il 2006 e 2008 (Governo Prodi II) per poi ricominciare a salire nel 2009 (Governo Berlusconi [2008-2011]), toccando nel 2012 quota 7.2 (Governo Monti) e nel 2015 (governo Renzi) quota 7,5, il valore più alto dell’intera serie storica (Figura 3).

Figura 3

 

I dati ci dicono che le ricette di politica economica attuate dopo il Governo Prodi II, non hanno funzionato. Anzi hanno acuito povertà e disuguaglianze sociali, soprattutto al Sud d’Italia dove è aumentato il divario delle disuguaglianze tra Nord e Sud, portandolo da 1,1 a 2,60 (Figura 4).

Figura 4

 

“Nel complesso – come dice il ministro dell’economia Padoan nella nota introduttiva del BES – si evince come la crisi del 2008-2013 abbia intaccato il benessere dei cittadini, in particolare accentuando le disuguaglianze e aggravando il fenomeno della disoccupazione e della povertà assoluta, soprattutto fra i giovani”. (Figura 5)

Figura 5

 

I dati complessivi, ci aiutano a comprendere la debacle dei Dem avvenuta lo scorso 4 marzo, sopratutto al Sud, e del perchè l’elettorato di sinistra si è allontanato da quella forza politica, che a parole dice di rappresentare, ma nei fatti precarizza il lavoro e volge il suo sguardo alla finanza, alle banche e ai petrolieri.

E’ in questo contesto che hanno senso le parole pronunciate recentemente del Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker quando dice, “non accetterò più che ogni cosa che va male nel Mezzogiorno sia spiegato con il fatto che l’Ue o la Commissione Europea non farebbero abbastanza” e che “gli italiani (i politici italiani, ndr), devono occuparsi delle regioni più povere dell’Italia: il che significa più lavoro …”.

Ancora oggi, il Partito Democratico è incapace di affrontare una riflessione severa di quanto accaduto e si rifugia nella retorica delle ideologie privi di consistenza politica. Tale assenza però nega ogni possibilità di tracciare la rotta e indicare una via, senza la quale la navigazione non può che essere di cabotaggio.