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Il Parlamento dei nominati d’ufficio!

Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano, hanno deciso. La legge elettorale si farà e saranno le segreterie dei partiti a decidere chi entra in Parlamento. E’ questo l’epilogo che si intravede con l’approvazione del “rosatellum bis” (dal nome del capogruppo Pd Ettore Rosato) la proposta di legge elettorale depositata in Commissione Affari costituzionali, che andrà in Assemblea il prossimo 10 ottobre.
Con 382 seggi alla Camera (316 è la soglia di maggioranza) e 179 al Senato (161 soglia maggioranza) il PD, Forza Italia, Lega Nord e Alternativa Popolare, si apprestano ad approvare la legge che ci porterà alle elezioni politiche che si terranno la prossima primavera.
Contrari, Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista.

Ma perchè abbiamo bisogno di una nuova legge elettorale? Non ne avevamo già una approvata recentemente in Parlamento?

Per capire come stanno le cose dobbiamo fare un passo indietro.
Il Partito Democratico fece approvare in Parlamento la legge elettorale n. 52/2015 (c.d.“Italicum”), venduta come la “più bella del mondo”, le cui norme però, erano applicabili solo se veniva approvato anche il referendum di riforma costituzionale.
Come si dice dalle nostre parti, “Cianne non era nate e la mamme u scève nzeranne”.
Detto in parole semplici Renzi, fece approvare una legge elettorale basata su qualcosa che sarebbe dovuto accadere. Poggiata cioè sull’inconsistenza.
Quella legge, che dicevano “tutti i paesi ci invidiano”, venne censurata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 35 del 2017. Fatto sta che il mese successivo alla sua entrata in vigore, e cioè nel luglio 2016, senza essere stata mai applicata una sola volta, i suoi sostenitori, a cominciare dall’emerito Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ne invocavano la modifica. Eppure su quella legge il Governo Renzi aveva posto la fiducia “obbligando” il Parlamento a votarla.
L’atteggiamento autoritario del segretario dem, determinò una ferita profonda nel suo partito, dal momento che molti la ritenevano iniqua e dannosa per il Paese. Roberto Speranza, capogruppo dem alla Camera per questo si dimise. Ma Renzi non volle sentir ragioni.

Sicuro dell’approvazione del referendum, tirò dritto, al punto tale da affermare “lascio la politica se non passa”. Elena Boschi  lo emulò è giurò che avrebbe fatto lo stesso.
I fatti, come sappiamo, andarono diversamente.
Gli italiani il 4 dicembre 2016 bocciarono il referendum di riforma costituzionale, rendendo di fatto inapplicabile la legge elettorale.
Per questa leggerezza del Partito Democratico adesso è inevitabile approvare una nuova legge elettorale, mentre Renzi, al contrario di quanto annunciato ha continuato a fare politica e la Boschi che lo avrebbe seguito, è sottosegretario di stato.

Questo breve excursus era necessario ripercorrerlo, non tanto per stigmatizzare le responsabilità di Renzi e del PD di quanto accaduto e del perchè oggi abbiamo bisogno di una legge elettorale, quanto per “consigliare” la politica a maggiore cautela quando mette mano alle regole del gioco. E quindi, anche in questo momento che si apprestano ad approvare una nuova legge elettorale.

Le regole devono valere per tutti, per questo è necessario siano condivise da tutti, o quantomeno da maggioranze ampie e qualificate. Ma non basta. Esse devono ispirarsi ai principi democratici della nostra costituzione che vede nel POPOLO il sovrano (Art. 1 cost.it.). Ed è sempre il Popolo, detentore della sovranità, a conferire il suo potere all’Assemblea (il Parlamento), attraverso l’elezione dei suoi rappresentanti. Solo in questo modo un Governo è legittimato a governare. (Leggi a riguardo “Gentiloni, un governo dimezzato!“)

Il “rosatellum bis”, con le liste e capilista bloccati e le segreterie dei partiti che decidono chi entra in Parlamento, si connota manifestamente come autoritario sul piano politico e illegittimo su quello giuridico-costituzionale.
Ricordiamo che la Corte costituzionale a tale riguardo si era già espressa con la sentenza n.1/2014 sulle liste bloccate, sostenendo che il “voto in tali casi sia sostanzialmente ‘indiretto’, e, quindi, né libero, né personale, in violazione dell’art. 48, secondo comma, Cost.it.
Non sono questi atti di spoliazione dei diritti e delegittimazione politica che generano sfiducia nelle istituzioni ed alimentano i POPULISMI?

Nel merito.
Il “Rosatellum bis” suddivide il Paese in circoscrizioni all’interno delle quali troviamo i collegi uninominali e plurinominali.
Il 36% (⅓) della rappresentanza parlamentare nei collegi uninominali è assegnato con formula maggioritaria. Vince il candidato più votato. Mentre il 64% (⅔) della rappresentanza parlamentare nei collegi plurinominali è assegnato con con metodo proporzionale.
Quindi, il 64% del parlamento viene nominato esclusivamente dai partiti, mentre il restante 36%, viene scelto dagli elettori in regime di “semi-libertà” elettorale, dal momento che la scelta va operata unicamente tra i candidati che il partito ha deciso di candidare, senza che il cittadino possa interferire o condizionare in alcun modo tale scelta. Per esempio attraverso le primarie.
Ma il potere delle segreterie si spinge oltre, attraverso il sistema delle pluricandidature. Questo tra l’altro, introduce un’ulteriore elemento di destabilizzazione della democrazia che si somma ad una discriminazione tra candidati.
Infatti le segreterie possono rafforzare una candidatura del collegio uninominale a scapito di altre, generando una disparità di opportunità e trattamento tra candidati, presentandola in più collegi plurinominali (massimo tre). Così come, possono candidare un candidato del collegio plurinominale in più collegi plurinominali, avvantaggiandolo rispetto ad altri. Criteri quindi discrezionali, di natura paternalistica o negoziale (“Do ut des” – “Dammi questo in cambio di”) che hanno poco a che fare con la democrazia.
Inoltre in un collegio plurinominale ogni lista è composta da un elenco di candidati (da 2 a 4) presentati con un determinato ordine numerico.
Bene. E’ lecito chiedersi chi decide il capolista e l’ordine numerico di candidatura? Ricordiamo che nei collegi plurinominali scattano gli eletti partendo dal capolista e a seguire in ordine numerico di elenco.
Ma c’è dell’altro. Il “Rosatellum bis” mostra elementi di debolezza sul piano politico, non garantendo stabilità di governo, sia per la sua natura proporzionale, ma anche per l’assenza di premi di maggioranza; sia tecnico per l’assenza di coalizioni omogenee, dal momento che gli apparentamenti tra liste è puramente burocratico e formale, prescindendo dall’indicazione di un programma condiviso comune.

Il quadro istituzionale inoltre, risulterebbe particolarmente parcellizzato considerando che la soglia di sbarramento del 3 per cento per le liste singole può essere raggirata e ridotta all’1 per cento se la lista va in coalizione, a condizione del raggiungimento del 10 per cento di quest’ultima.
Infine, sia per la Camera che per il Senato ogni elettore dispone un unico voto da esprimere su una scheda recante il nome del candidato nel collegio uninominale ed il contrassegno della lista o delle liste collegate, corredate dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale.
Non essendoci le preferenze e voto disgiunto, l’elettore scegliendo il simbolo, sarà costretto a prendersi, come si dice, pacco, doppio pacco e contropaccotto. Tutto pronto e preconfezionato.

La sovranità con il “rosatellum bis” passa dal Popolo alle Segreterie dei partiti!