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Basta con le banche!

Buongiorno, chiamo perchè ho difficoltà economiche e non solo. Non so da dove partire, faccio fatica a parlare ….

Inizia con queste parole la telefonata di un imprenditore del nord-est all’associazione “inOltre”, trasmesso da Rai3 lo scorso 14 novembre nel programma “I dieci comandamenti”. E mi torna in mente lo scorso 4 luglio, quando negli Stati Uniti si festeggiava il Giorno dell’Indipendenza mentre in Italia i bancari crollavano e Monte Paschi di Siena lasciava sul terreno il 14% dei titoli.
Dopo i primi interventi pubblici del governo Renzi per salvare Banca Etruria con i soldi dei contribuenti, arriva lo stop dall’Europa che vieta ai governi di intervenire, in attesa del Bail-in (svalutazione delle azioni e crediti degli investitori). L’esecutivo si ferma e passa la mano, in accordo con gruppi bancari, al fondo Atlante. Privati che intervengono nelle banche con operazioni finanziarie per ricapitalizzarle. Ma per farlo mettono in pancia di altri enti, come accaduto con Enpam, la cassa previdenziale dei medici, milioni di crediti in sofferenza. Preoccupata per la scelta, l’Associazione italiana giovani medici (Sigm) invitava Enpam ad occuparsi di previdenza ed assistenza piuttosto che di finanza. Ma intanto il danno è fatto.

La strategia Atlante.
Ma come opera Atlante?. Il fondo acquista dalle banche in difficoltà crediti in sofferenza, per esempio 200, del valore nominale di 1000, per poi rivenderli sui mercati finanziari paralleli a 800, 500, o comunque anche ad un solo centesimo in più di quanto pagato. Il guadagno netto che ne ricava è dato dalla differenza del prezzo di vendita, che nella fattispecie deve essere almeno 201, affinchè ci sia utile, e quello d’acquisto.
In questo modo le banche si ripuliscono, togliendosi dalla pancia crediti inesigibili e nel contempo si ricapitalizzano portando in cassa denaro necessario per alimentare il ciclo di vita del processo finanziario, mentre il fondo Atlante ci guadagna.

Ma allora chi ci rimette?
In un simile approccio i titoli passano di mano in mano (dalle banche ad altre banche o enti assicurativi e previdenziali, famiglie, investitori, etc.) e, alla fine del gioco, colui che resta col cerino acceso tra le dita (titoli deteriorati o crediti inesigibili in portafoglio), finisce inevitabilmente per scottarsi. E’ solo questione di tempo.
Simile la storia riportata da Repubblica in questo articolo, che dal mese di aprile di quest’anno semina ansie e paure tra i piccoli risparmiatori.della Banca Popolare di Bari, che dopo “avere subito una perdita secca del 20%, quando reclamano di ritornare in possesso del ‘tesoretto’ sopravvissuto alle manovre sui titoli, si vedono più o meno sbattere porte in faccia”.
In Italia sono fallite migliaia di aziende negli ultimi anni e molti imprenditori gettati nella disperazione si sono tolti la vita a causa della crisi economica. Coltellate che arrivano direttamente al cuore.
Quanto altro tempo dovremmo assistere impotenti all’eucarestia e piangere i nostri padri, figli o amici nella nostra generale indifferenza?
Eppure nel nostro paese non una sola banca è fallita a differenza degli Stati Uniti e Gran Bretagna dove hanno chiuso a centinaia dall’inizio della crisi dei mutui subprime del febbraio 2007.
Le crisi bancarie in Europa dal 2015 sono state gestite dalla Bce con politiche monetarie espansive attraverso acquisto di fondi pubblici (Quantitative Easing), immettendo liquidità nel sistema, nel tentativo di stimolare la crescita e portare l’inflazione al 2 per cento. Il debito pubblico nel frattempo è aumentato, con conseguenti dure misure di austerità verso famiglie e imprese.
E mentre la povertà dilaga e il welfare si riduce, il QE è stato rafforzato con la decisione della Bce il 10 marzo 2016 di portare da 60 a 80 miliardi gli acquisti mensili, incrementando ulteriormente la disponibilità del denaro nelle casse delle banche, senza che ci sia stato un significativo aumento dell’ìnflazione, della domanda e crescita economica.
Il fallimento del Quantitative Easing di Mario Draghi è sotto gli occhi di tutti. Le banche si riempiono di soldi le famiglie di debiti. Molti in Europa si convincono che sia più utile distribuire la liquidità del QE direttamente ai cittadini (Quantitative Easing for People). Lo stimolo ad una condizione di permanente depressione del sisema economico sarebbe sicuramente più forte, impattando direttamente sul moltiplicatore del reddito e quindi sulla domanda via consumi e non via investimenti. (Approfondimenti)
Ma di tutto quel flusso di denaro immesso nel sistema dalla Bce nulla arriva alle famiglie e coloro che per ragioni diverse hanno necessità di denaro, hanno difficoltà ad accedere al credito o rinunciano perchè impossibilitati a restituirlo.
Eppure la politica ogni giorno ci racconta la favola di un’Italia che cresce, mentre sempre più famiglie si rivolgono alla Caritas perchè non hanno reddito nè lavoro. Aumentano i poco “working” e molto “poor”. Una categoria sociologica che comprende coloro che pur in presenza di una posizione lavorativa e di un’entrata economica stabile, evidenziano segnali di disagio economico e progressiva marginalità sociale.
Il governo è ottimista e annuncia che “siamo usciti dalla crisi” quando invece una parte consistente di questo paese si sente ancora con due piedi dentro la crisi. Ci dicono che il Jobs Act funziona e poi vediamo 4 giovani su 10 senza lavoro, la disoccupazione che aumenta e quella giovanile al sud è da “Piano Marshall”. Il mercato del lavoro si precarizza sempre più tra contratti atipici e retribuzioni a 3 euro/ora approvate per legge. La Buona Scuola è in sofferenza mentre il Censis ci segnala 11 milioni di italiani che non si cura in maniera adeguata. Si fanno piani di riordino ospedaliero, si consiglia la prevenzione ma non si riducono drasticamente i tempi delle ignobili liste d’attesa. La povertà assoluta tocca i 5 milioni di individui a cui si aggiungono i 9 milioni a rischio povertà (dati ufficiali istat 2015). Sul versante della risposta istituzionale, assistiamo ad una evidente incapacità dell’attuale sistema di welfare a farsi carico delle nuove forme di povertà e delle nuove emergenze sociali, accompagnate da un progressivo restringimento o negazione dei diritti a fasce sociali sempre più estese.
E non mi viene in mente un tema più grande di cui preoccuparmi.
Parliamo della vita delle persone e non dei processi produttivi o flussi finanziari.