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Modugno non ha bisogno di salvatori della patria, ma di persone capaci, oneste e competenti

Nicola Magrone sindaco di Modugno
Nicola Magrone ex sindaco di Modugno

Sindaco, adesso basta! Siccome hai un “caratteraccio”, ti mandiamo a casa.
E così, tredici Consiglieri comunali (sette di maggioranza e sei di minoranza), si rivolgono al notaio firmano le proprie dimissioni da Consiglieri comunali e rendono efficace la norma contemplata all’art. 141 del Testo Unico Enti Locali (DLsg 267/2000), avviando lo scioglimento del Consiglio comunale e la fine dell’esperienza amministrativa di Magrone a Modugno, dopo appena 15 mesi di governo.
C’è da chiedersi, può un caratteraccio essere una ragione accettabile per sfiduciare un’amministrazione comunale?
E’ ovvio che no.
Si vabbè, tuonano i magroniani. La verità è che non hanno voluto estirpare il “cancro” urbanistica.
Anche qui la domanda non cambia. Può la sola questione urbanistica, per quanto articolata e pervasiva, essere una ragione politica sufficiente a decretare la fine di un’esperienza amministrativa?
La risposta, anche qui, non può che essere no.

Il PD ha capito che non era una strada politicamente percorribile ed ha preso le distanze dal notaio, formulando una proposta sull’urbanistica alternativa a quella dell’amministrazione. Ma si è voluta distinguere anche dalle minoranze e far capire che il PD è sì all’opposizione, ma con una propria visione di governo, che non può prescindere dalla sua storia e tradizione politica. Insomma, il PD voleva chiudere l’esperienza Magrone ma solo attraverso una sfiducia politica che andava costruita e ricondotta nell’alveo istituzionale, a differenza di altri che invece hanno preferito la scorciatoia giuridica dagli effetti politici.
E’ del tutto evidente che non c’è politica nel decretare la fine di un’amministrazione attraverso una norma giuridica. Così come, un politico che pensa di aver sconfitto l’ avversario attraverso il diritto è come definirsi campione senza aver disputato la partita sul piano agonistico. Succede, è legittimo, la partita è vinta. Ma ripeto, non c’è politica.
Non voglio essere frainteso. Non sto dicendo che non c’erano ragioni politiche per chiudere l’esperienza Magrone. Al contrario. Dico invece che esse erano presenti ma andavano rappresentate in Consiglio comunale, dove si sarebbe dovuta consumare la sconfitta politica di Magrone.
Ma allora, se non è stato il “caratteraccio” o l’urbanistica, cosa ha determinato veramente la fine ingloriosa dell’amministrazione Magrone?
Proviamo a rispondere a questa domanda cercando in più direzioni e nel contempo comprendere il senso del sostantivo “caratteraccio” di Magrone osservandolo dal punto di vista socio-politico e non antropologico, che resta invece relegato e circoscritto alla sua sfera personale.
Proviamo anche a capire, se nei comportamenti tenuti dalla maggioranza non si siano commessi errori o valutate le conseguenze politiche che questi avrebbero determinato.
Cominciamo dalle dimissioni del Presidente del Consiglio Giovanna Bellino, che ritengo siano state inopportune e fuori luogo, come risposta alla sfiducia dei dieci consiglieri “scissionisti” della maggioranza. Tale gesto (le dimissioni) non solo non ha prodotto alcun risultato politico, ma ha contribuito ad alimentare un clima da stadio, quando invece serviva dialogare. Serviva cioè ascoltare e capire fino in fondo le ragioni del malessere che emergeva della sua maggioranza. Non si esercita la politica scappando, ma accettando il confronto. E quale luogo migliore dell’aula Consiliare, luogo deputato alla dialettica democratica, che a volte può essere anche dura e serrata, ma comunque fatta alla luce del sole, dove i cittadini possono assistere, osservare, sentire e farsi una opinione.
Così, come il sindaco Nicola Magrone, nel momento in cui si è reso conto di aver perso, non uno o due, ma ben dieci Consiglieri della sua maggioranza, il buon senso non gli avrebbe dovuto consigliare di aprire formalmente una crisi politica, andare in Consiglio e verificare attraverso una discussione seria e trasparente se c’erano le condizioni per proseguire l’esperienza politica di governo?
Perchè non l’ha fatto? Perchè anche lui – come la Bellino – si è sottratto alla dialettica politica evitando la stessa sede, l’aula consiliare, e lo stesso organo, il Consiglio comunale, che aveva consentito alla Bellino di essere eletta Presidente del Consiglio e a Magrone di amministrare la città di Modugno. Le istituzioni non vanno usate a piacimento solo quando fa comodo.
Non è forse anche questo un modo per svuotare di senso un’ istituzione politica come il Consiglio comunale, presidio di legalità, trasparenza e democrazia?
Era disdicevole per un (ex) magistrato che per funzione giudicava in nome della legge, esporsi ad un confronto politico pubblico?
Quale occasione migliore per la Bellino di “smontare” in Consiglio comunale le ragioni di chi chiedeva la sua testa e per Magrone “smascherare” coloro che gli contestavano una gestione politica autoritaria, monocratica e inconcludente?
All’aula consiliare Bellino e Magrone hanno preferito la propaganda, i social network, le agenzie di stampa, le bacheche e i tatzebao. Al dialogo e al confronto, la svalutazione e l’insulto dell’avversario, indicandolo come unico responsabile di tutto ciò che stava accadendo.
Lo scontro e la radicalizzazione delle posizioni hanno spostato la dialettica dal piano politico-istituzionale a quello antropologico e sociale. La situazione non poteva reggere a lungo ed è sfuggita di mano. E come nei classici della scienza politica quando un nemico non c’è, bisogna inventarselo oggettivandolo in qualcuno o qualcosa per dissimulare la propria incapacità a governare e salvare se stessi. E se ciò non accade si grida al complotto fingendosi “vittima”.

I tredici firmatari hanno fatto lo stesso. Hanno preferito il notaio, abdicando alla politica. Hanno scelto di tacere piuttosto che spiegare. Hanno preferito la conferenza stampa al Consiglio comunale.
Ma come si dice, cosa fatta, capo ha.
Restano i segni di una contrapposizione sociale radicalizzata ancora viva, questioni irrisolte e ancora annodate che si sommano ad una condizione socio-politica già compromessa e provata da un’inchiesta giudiziaria non del tutto spenta (è notizia di questi giorni il rinvio a giudizio per 27 ex amministratori modugnesi coinvolti in un giro di tangenti) con una gestione commissariale alle spalle ed una nuova da affrontare.

Mi auguro che i futuri candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative che decideranno di portare sulle spalle il fardello del governo locale, chiunque essi siano e a prescindere dagli schieramenti che rappresenteranno, abbiano tutti a cuore, come obiettivo comune, prioritario ed imprescindibile, la riconciliazione della comunità modungese, costantemente offesa, balcanizzata, desiderosa di ritrovare fiducia e serenità.
Un progetto politico di “rinascita  sociale” che nei suoi molteplici aspetti culturali, economici, urbanistici, ambientali e politici, non può prescindere da una riappacificazione sociale, senza rischiare il fallimento.

Continuando la riflessione, fatti che denotano il “caratteraccio” di Magrone se ne possono raccontare a iosa. E’ il caso di citare, per esempio, la mancata esecutività della delibera consiliare n. 32 dello scorso 20 giugno che istituiva una Commissione sull’urbanistica; così come non si è dato corso alla proposta votata ed approvata nel Consiglio comunale dello scorso 23 luglio per discutere quanto prima in Consiglio comunale la crisi politica in atto, riconosciuta da tutti tranne che da Magrone.
Magrone è stato un sindaco che ha giocato a tutto campo senza dar conto a nessuno, senza rispettare ruoli e prassi consolidate, normate da Statuto e Regolamenti, che ha condizionato e piegato al suo volere il Consiglio comunale, che ha anteposto i “suoi” Consigli comunali a quelli stabiliti dallo stesso Consiglio comunale, che ha stabilito date, ordine del giorno e priorità, esautorando le istituzioni. E’ accaduto con i “suoi” Consigli comunali che si sarebbero dovuti tenere lo scorso 25 e 27 agosto decisi d’imperio da lui, il capo carismatico, senza passare dalla Conferenza dei Capigruppo ed in assenza del Presidente del Consiglio.
Quello del 25 agosto, monotematico sull’urbanistica, secondo il sindaco si sarebbe potuto tenere senza avere e aver eletto prima Presidente e vice Presidente del Consiglio, dal momento che questi era dimissionario, mentre per quello del 27 agosto, deciso sempre da lui, era necessario procedere dapprima all’elezione del Presidente e vice Presidente del Consiglio e poi passare a discutere gli altri punti posti all’ordine del giorno. Come dire decido io quando serve avere un Presidente del Consiglio eletto e quando no.
Si spiega così l’incompatibilità del “caratteraccio” del sindaco a governare una città, e da qui, la necessità di chiudere al più presto l’esperienza Magrone?
Domandiamoci ancora: è sufficiente tutto questo per decretare la fine dell’amministrazione Magrone?

Spostiamoci dal piano politico-istituzionale a quello politico-amministrativo e diciamo subito che la comunicazione istituzionale del sindaco e della Presidenza del Consiglio è stata scarsa, lacunosa, disorganizzata, poco trasparente con venature propagandistiche. E’ accaduto, per esempio, all’indomani del Consiglio comunale del 28 aprile 2014 quando il sito istituzionale del Comune, apriva con il titolo “Il Consiglio Comunale istituisce la commissione per il piano triennale di sviluppo e innovazione tecnologica”, mentre in realtà così non era, come ho avuto modo di appurare successivamente con la richiesta prot. n.28252 del 16.06.2014, di accesso civico invocando l’art. 5 del DLgs n. 33 del 14 marzo 2013 (“Decreto Trasparenza”) e il successivo sollecito prot. n. 35937 del 29.07.2014. Si trattava invece solo di un indirizzo politico, cioè di una intenzione a voler fare. Peraltro, sono passati circa cinque mesi ma di “Commissione per il piano triennale di sviluppo e innovazione tecnologica” neppure l’ombra. E mentre la propaganda istituzionale continuava a produrre annunci, come la pubblicazione dello scorso 13 agosto consultabile sul sito del comune, dal titolo “Verso un nuovo PROGETTO PONTE”, dove il nuovo era nell’aver lasciato fuori la porta un sodalizio che da oltre sessanta anni tiene viva la storia e le tradizioni culturali dei modugnesi in Canada, ma di fatto non esisteva nessun progetto ponte se non chiacchiere del sindaco a voler fare chissà cosa, non si è mosso un dito per modernizzare e digitalizzare la macchina amministrativa.
Il piano di revisione degli assetti organizzativi dell’Ente approvato con delibera di Giunta comunale n.35 del 16.04.2014 è rimasto sulla carta. Inattuato e dimenticato, quando invece serviva ridefinire l’organizzazione del lavoro, sostituendo alla concezione adempimentale un nuovo modello organizzativo di tipo sistemico, a progetto orientato a conseguire obiettivi e migliorare i livelli di efficienza ed economicità, superando i novecenteschi modelli tayloristici di tipo burocratico. Così come assente un piano dell’innovazione che affrontasse nella sua globalità l’attività e i rapporti tra gli organi politico-istituzionali (Consigli comunali, Commissioni, Gruppi consiliari, Conferenze di capigruppo, sindaco, assessori e giunta comunale), la struttura organizzativa e la comunità.
E’ mancata nella maggioranza una visione politica, facendo emergere la fragilità dell’amministrazione Magrone nella sua capacità di incidere sui processi di cambiamento, innovazione e modernizzazione delle istituzioni, della struttura amministrativa ed organizzativa dell’ente. Ma è mancata anche nelle minoranze, facendo venir meno quella sana dialettica, spirito critico e sprone da cui la maggioranza avrebbe potuto alimentarsi. Per questo, il quadro che si offre alla vista di chi si approccia al tema del cambiamento nel nostro comune è semplicemente desolante.

Anche il tema della partecipazione all’attività politico-amministrativa è stato disatteso e inesistente come accaduto nella coprogettazione sociale e nelle scelte di pianificazione strategica e di sviluppo del territorio. Lo avevo formalmente segnalato nelle osservazioni al “Programma triennale delle Opere Pubbliche 2014/2016”, prot. n. 31727 del 4.07.2014, in cui sostenevo che il programma appariva scarsamente partecipato e democratico, segnalando altresì “che non risulta esperito da parte dell’amministrazione comunale alcun tentativo di condivisione e di dibattito pubblico con la comunità sull’argomento. Ne questi possono essere ridotti a mera espressione di una elite, sia essa tecnica o politica, che decide per tutti, assegnando bisogni, tempi e priorità.” Eppure la delibera di Giunta comunale n. 36 del 28/04/2014, nella relazione accompagnatoria, in premessa (pag.2) si legge che dai nuovi modelli di governance viene “Superata quella visione chiusa ed impermeabile dell’amministrazione che per lungo tempo ha caratterizzato il modello burocratico della pubblica amministrazione”, modelli che riconoscono all’Ente un ruolo di “regia strategica di sistema” in funzione della necessità di “interazione periodica con la comunità”.
E quindi dov’è il rispetto dell’art. 4 della Costituzione italiana, secondo cui “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”?

Si dice che l’interruzione dell’amministrativa Magrone, ci mette “fuori dal Consorzio industriale, fuori dalla città metropolitana, insignificanti nell’Aro”.
E’ vero, e questo merita ulteriori approfondimenti. Mi preme far osservare invece, che è altrettanto vero che durante i 15 mesi di governo Magrone, Modugno è rimasta fuori anche dal ciclo di programmazione 2007-2013 e dal nuovo ciclo della Regione Puglia, perdendo chance e opportunità di sviluppo economico e sociale.
Cito solo alcuni esempi per pudore, per non offendere il sistema delle economie locali, i disoccupati e precari, soprattutto giovani e donne, che l’amministrazione Magrone ha lasciato soli in balia di se stessi senza fornirgli anche e solo un punto di riferimento, non ostante avessimo un Assessore al Lavoro ed uno alle Attività produttive.

Nulla si è fatto e nulla si è detto sul Bando regionale “Ritorno al futuro”, misura a sostegno dei giovani laureati disoccupati e inoccupati. Così come nulla si è fatto e nulla si è detto dei Nodi Informativi per il nuovo bando regionale “Garanzia giovani”, lasciando Modugno unico paese nella provincia di Bari privo di riferimento in tal senso. Si è taciuto su come accedere agli “Aiuti a sognegno dei Cluster tecnologici regionali per l’innovazione”; come sostenere progetti di promozione internazionale delle Piccole e Medie Imprese locali circa la programmazione degli interventi a favore del marketing territoriale e dell’internazionalizzazione dei sistemi produttivi o del Bando regionale sugli Interventi a favore delle PMI nel settore del commercio per contrastare la desertificazione dei centro storico, tanto caro all’ex sindaco e favorire lo sviluppo dell’imprenditoria femminile oltre che l’innovazione tecnologica attraverso l’attivazione di piattaforme di e-commerce. Nulla si è detto nulla si è fatto per l’Avviso 2/2014 della Regione Puglia che erogava contributi finanziari alle imprese per sostenere piani di sviluppo delle competenze e l’aggiornamento professionale delle lavoratrici e dei lavoratori.

Modugno non ha bisogno di salvatori della patria, ma di persone capaci, oneste e competenti.