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Modugno S.p.A., società mista o zuppa di pesce?

La costituzione della “Modugno S.p.A.”, la cosiddetta “Società mista” a prevalente capitale pubblico (51% Comune di Modugno, 49% Italia Lavoro) che l’Amministrazione comunale intende istituire, venne alla ribalta nel Consiglio Comunale del 9 giugno scorso, quando il provvedimento venne ritirato su segnalazione del consigliere comunale Gaetano Naglieri (UDC), per l’assenza di una relazione dei Revisori dei Conti, che sarebbe dovuta essere allegata allo stesso provvedimento.

Esattamente in quella circostanza emerse la superficialità con cui si era affrontata la questione, e le opposizioni ne approfittarono per chiedere le dimissioni dell’assessore alle finanze Callegari e del dirigente del settore Montefusco.
Alcuni vecchi adagi popolari recitano: “non tutti i mali vengono per nuocere” ovvero “ogni impedimento è giovamento”.
Se è vero che questo provvedimento potrebbe rappresentare un fattore importante di sviluppo economico e sociale per la città, è altrettanto vero che risulta assai difficile capire perché esso sia stato relegato in una cerchia ristretta di “addetti ai lavori” che solo a fatto compiuto ha comunicato alla città la “sua” decisione. In quello stesso Consiglio comunale, alcuni consiglieri chiedevano quali fossero le ragioni di tanta fretta nel portare il provvedimento in aula, sottraendolo ad una discussione serena con le opposizioni, così come con la città. La motivazione addotta dal consigliere Antonacci di Rifondazione Comunista, componente politica di maggioranza che della “Modugno S.p.A” sta facendo il suo cavallo di battaglia, fu incentrata sulla necessità di accorciare i tempi per via della scadenza del CdA (Consiglio di Amministrazione) di Italia Lavoro, la società che al 49% parteciperà alla società che si intende costituire.
Ritengo, invero, che la tesi sostenuta da Antonacci debba essere analizzata nella direzione opposta, e cioè, che un CdA prossimo alla scadenza, priva lo stesso di forza e capacità contrattuale, situazione di fronte alla quale è bene assumere un atteggiamento di cautela. Sarebbe più logico cioè, attendere l’insediamento del nuovo consiglio di amministrazione, sia per evitare il rischio di vedere rimesse in discussioni decisioni già prese, sia per una questione, diciamo, “di stile”. Le nomine e gli incarichi fatti sotto scadenza di fine mandato, per principio, assumono più il sapore di una forzatura, di una scorciatoia, che di una serena e ragionata decisione. Questo vale anche per l’amministrazione guidata da Rana, che è più sul “viale del tramonto” (di fine legislatura), che nel pieno del suo mandato.
Del resto non ci siamo lamentati dell’ex Presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto, attaccandolo, quando da governatore uscente (fine mandato), nominava il direttore dell’Aqp, dell’autorità portuale di Taranto e del presidente del Parco dell’Alta Murgia? E allora, per coerenza, mai due pesi e due misure.
Voltiamo pagina e abbandoniamo per un attimo l’ambito etico o formale della questione, esaminandola dal punto di vista squisitamente politico, economico e sociale, per cercare di capire meglio se “l’operazione”, così concepita, sia un bene per la città e per i lavoratori precari (che con questa società dovrebbero venir “stabilizzati”) o sia solo un’operazione strumentale e “ciambottara”. Insomma una “zuppa di pesce” preparata da un “gruppo” per servire il pranzo di pochi.
Sarebbe utile per tutti, e soprattutto per quei determinati lavoratori, offrire il massimo delle garanzie, attraverso un’apertura alla città, coinvolgendo altri soggetti che abbiano diritto, esperienza e competenza ad esprimere il loro parere, per dare il loro contributo a rendere forte e sicura una proposta economica strategica, per proteggerla e sottrarla al rischio di un naufragio che vedrebbe penalizzati paradossalmente proprio i destinatari di tale scelta. Una maggioranza risicata, sostenuta da componenti alieni al centrosinistra, che decide in solitudine i destini presenti e futuri di tutti, senza misurarsi con nessuna componente economico-sociale presente sul territorio, espone al rischio reale che una grande opportunità possa trasformarsi in un misero fallimento. Nel frattempo attorno al palazzo, all’ombra di occhi indiscreti e orecchie sorde, ognuno gioca le sue carte e tenta di persuadere l’altra parte della bontà della “cosa”. I cittadini, destinatari di quelle decisioni, non sanno che, un bel giorno si sveglieranno e scopriranno che in città è nata la “Modugno S.p.A.”.
Un intervento strutturale del Comune sull’economia locale, attraverso una politica attiva del lavoro, quale la nascita di una società a capitale pubblico, deve essere discusso all’interno di un “sistema di relazioni ” in cui altri soggetti economici e istituzionali presenti sul territorio partecipino e facciano sentire la loro voce.
Come si fa, a priori, a tenere fuori dalla discussione il mondo imprenditoriale, il sistema bancario, il tessuto artigianale locale, i consorzi presenti sul territorio, le associazioni di categoria, i sindacati, le cooperative, il III Settore, il variegato mondo del volontariato, i partiti (tutti), i cittadini, su una questione che condizionerà nel bene o nel male la vita futura economica e sociale della nostra comunità, quando invece si sarebbe dovuto invocare un “patto” per la città?
Come si potrà chiedere “dopo” soprattutto agli imprenditori esclusi da un percorso che si sarebbe dovuto condividere, di acquisire quote di partecipazione di quel 49%, che “ope legis” dopo 36 mesi di attività devono essere collocate sul mercato a seguito dell’uscita, (sempre per legge), di Italia Lavoro dalla Società mista?
Invece di allargare gli orizzonti si è preferito guardare dentro il “palazzo” e affidare ai dirigenti comunali, il compito di individuare i servizi che sarebbero divenuti oggetto di studio per la redazione del Piano d’impresa da parte di Italia Lavoro.
E fu così che la montagna partorì il topolino.
Nella conferenza dei dirigenti comunali tenutasi il 18/11/2004, furono individuati i servizi che sarebbero stati oggetto di studio del piano d’impresa: la Manutenzione del verde pubblico, la Custodia immobili, il Trasporto alunni, la Gestione della segnaletica stradale, la Gestione dell’asilo nido comunale, l’Assistenza ai disabili. In buona sostanza un core-business incentrato unicamente su servizi socio-assistenziali.
Proprio in questa connotazione del target economico, basato unicamente su questa tipologia di servizi, Italia Lavoro vede uno dei punti di debolezza dell’intero progetto. Ma non è tutto.
Anche la presenza nella struttura di lavoratori precari che non hanno esperienza d’impresa, viene individuato come punto di debolezza da Itala Lavoro, quando afferma che “la qualità e la produttività nella fase iniziale non potrebbe rispondere alle aspettative”.
Insomma si corre il rischio che i servizi affidati dal Comune di Modugno in outsourcing alla Modugno S.p.A. vengano poi esternalizzati nuovamente dalla stessa ed affidati ad altri soggetti, attuando così processi economici motivati non da una logica di economie di scala, ma dovuti essenzialmente ad una carenza strutturale di know-how.
Ma allora che senso ha metter su una struttura organizzativa che macinerà 1.600.000 euro all’anno (rimodulabili ogni anno) per nove anni?
Come si giustifica una società che tra presidente, amministratore delegato, direttore generale, responsabili di settore, ecc, ecc, assorbe il 50 per cento (162.000 euro) delle spese generali di amministrazione della società?
Non si comprende chiaramente se a stabilizzarsi saranno i lavoratori precari o il Consiglio di Amministrazione che si andrà a costituire con la Società mista.
A tutt’oggi credo comunque che l’amministrazione comunale possa ancora cogliere questa opportunità, riformulando il piano d’impresa, irrobustendo il progetto, inserendo nuovi servizi, professionalità, partnerariati e tecnologie per renderla più aderente a quelli che sono i principi del D.lgs. n.267/2000 che obbliga i comuni “ … a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali”.
E’ possibile una Modugno S.p.A. ripensata e non appiattita su un unico segmento di mercato; una Modugno S.p.A. competitiva efficiente e tecnologicamente all’avanguardia che si misuri con forza sul mercato, che guardi al territorio (imprese e cittadini), sapendo di poter offrire servizi innovativi e competitivi, competenze e know-how, travalicando i confini comunali, neutralizzando i fattori di debolezza e di rischio evidenziati da Italia Lavoro e contribuire cosi al rilancio del sistema economico locale.
Attendiamo un segno concreto in questa direzione, un’apertura verso la città.
La “Modugno S.p.A.” è un’opzione possibile, ma l’amministrazione Rana vorrà coglierla?